Bosch: artista dell’horror, del fantastico e del satirico

Bosch è stato un artista olandese, singolare per il suo modo di rappresentare il mondo fantastico e il comportamento umano in modo satirico,oltre ad aver dato una chiave di lettura horror alle proprie opere.

BOSCH: vita d’artista

Non si sa molto sulla vita dell’artista, quel che è certo è che Jeroen Anthoniszoon van Aeken, questo il suo vero nome, è nato nella cittadina di ‘s Hertogenbosch (oggi Den Bosch), all’epoca proprietà dei Duchi di Borgogna, intorno al 1453, da una famiglia di artisti.

Il nonno, il padre, gli zii e i fratelli, infatti, erano anch’essi artisti. Il suo nome d’arte è nato proprio dal fatto di contraddistinguersi dai parenti e come omaggio alla cittadina natale.

Hertogenbosch era una cittadina piena di vita e la casa dell’artista era posizionata in un punto strategico, grazie al quale ebbe modo di “affacciarsi” sulla quotidianità della popolazione, su eventi popolari, religiosi e non, e trarne ispirazione per le sue opere suggestive e singolari.

Sposò Aleyt de Meervenne, una giovane borghese benestante, e questo gli permise di dedicarsi interamente all’arte.

Per tutta la sua vita restò profondamente religioso e mantenne la tradizione famigliare di far parte della Confraternita della Nostra Diletta Signora, un’associazione volta al culto della Vergine e all’eliminazione della corruzione della chiesa.

Dopo la sua morte fu ricordato come un illustre artista, in seguito cadde nell’oblio fino all’800, per poi essere riscoperto e rivalutato.

BOSCH: l’artista dell’assurdo

Bosch aveva una personalità e una fantasia fuori dal comune: nei suoi dipinti ha creato figure fino ad allora mai viste, unendo sembianze umane, animali e vegetali. Alcune delle sue opere sembrano raffigurare incubi, allucinazioni, mondi nati del terrore.

Ciò che rende i suoi dipinti così sconcertanti è la cura dei dettagli, fino al più più piccolo particolare (caratteristica comune a monti artisti dell’Europa del Nord).

Attraverso la sua arte, ha espresso l’inquietudine dell’epoca: la crisi dei valori cattolici, che è poi sfociata nella riforma di Martin Lutero, la lotta tra dottrina cattolica e tentazione/vizio, l’etichetta di trasgressore o di moralista.

Sette peccati capitali

Hieronymus Bosch- The Seven Deadly Sins and the Four Last Things.JPG
I Sette peccati capitali è un dipinto a olio su tavola (120×150 cm) attribuito a Hieronymus Bosch o a un suo imitatore, databile al 1500-1525 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. L’opera è firmata sotto il cartiglio inferiore “Jheronimus Bosch”.

L’opera è citata tra i dipinti inviati da Filippo II di Spagna all’Escorial nel 1574. Era erroneamente ritenuta il piano di un tavolo.

Quattro piccoli medaglioni, rappresentanti la Morte di un peccatore, il Giudizio Universale, l’Inferno e il Paradiso, sono disposti agli angoli della tavola, circondando un cerchio più grosso dove sono raffigurati i vizi capitali e, nella “pupilla”, Cristo che si erge dal proprio sepolcro, entro un fascia di raggi dorati che simboleggiano l’occhio di Dio.

Sotto questa figura, si nota una scritta in latino che significa Attenzione, Dio vede.

I vizi capitali sono rappresentati in questo modo:

  1. L’Ira è rappresentata con una rissa tra due paesani ubriachi, mentre una donna cerca di calmarli.
  2. L’Invidia è raffigurata mediante il proverbio fiammingo che recita “due cani con un osso difficilmente raggiungono un accordo”. L’immagine mostra coppie a più livelli che non si interessano di ciò che hanno ma di ciò che non possono avere.
  3. L’Avarizia mostra un giudice disonesto, che accetta denaro di nascosto dalle due parti in causa.
  4. Nella Gola due contadini mangiano e bevono smodatamente, davanti a un bimbo obeso che da loro trae cattivo esempio.
  5. L’Accidia è simboleggiata da un personaggio che dormicchia in un’abitazione accogliente, davanti a un camino, mentre la Fede, nelle sembianze di una suora, gli appare in sogno per ricordargli i suoi doveri di preghiera.
  6. Nella Lussuria due coppie di amanti banchettano sotto un tendone rosato, rallegrate da buffoni.
  7. Nella Superbia infine si vede una donna di spalle intenta a provarsi un’acconciatura, mentre un diavolo le regge lo specchio.

Fonte I peccati capitali: Wikipedia


 

Arte Horror. Museo AStratto

Arte horror: esiste davvero? Come promesso, ottobre manterrà un unico tema per tutti i suoi 31 giorni e, ovviamente Museo AStratto si adatterà di conseguenza. Il tema è horror, creepy, misterioso e magico. Iniziamo quindi questo mese con un articolo introduttivo su questo genere d’arte.

Arte horror, prima che l’horror esistesse.

Il genere horror è ormai un genere più che diffuso in ogni ambito artistico: arte, letteratura, cinema, ecc. Tuttavia, ha avuto la sua massima crescita solamente negli ultimi decenni. Ciò non significa che prima non esistesse: in letteratura, per esempio, ci sono stati autori che hanno gettato le basi per l’intero genere, come Lovecraft e Poe.

Nell’arte, parallelamente, esistono diverse opere che hanno segnato la storia di questo genere letterario, anche più antiche di quanto si possa immaginare.

 

Dal 1400

Fatta eccezione per l’arte rupestre e le rappresentazioni antiche, si possono trovare esempi di “arte horror” già nel XV secolo.

In questo periodo, l’horror si sviluppa di pari passo con la rappresentazione di scene bibliche e religiose in generale, raffiguranti l’inferno.
Per esempio l’Inferno, un affresco del 1410 di Giovanni da Modena che si trova nella Basilica di San Petronio a Bologna.

Si trova nella cappella Bolognini ed è una delle opere più complesse dell’arte tardogotica che siano sopravvissute fino ad oggi.

 


Sempre nel ‘400 è stato realizzato il Trionfo della Morte, un affresco che si trova nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo.

L’artista non è noto e l’anno di realizzazione viene posto ipoteticamente al 1446 benché non sia una data certa. Il tema raffigurato e

ra già stato sviluppato nei decenni precedenti ma viene per la prima volta espresso in modo estremamente dettagliato e quasi maniacale in questo affresco.

 

Successivamente troviamo esempi di arte horror nelle opere di Bosch, come per esempio Il Giardino delle delizie, risalente al 1480-1490 circa, che si trova al Museo del Prado di Madrid.

Nelle tre tele che compongono l’opera, vengono raffigurati diversi “temi portanti”

 

 


Un altro Trionfo della morte. Questo è uno dei capolavori di Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite di una famiglia di celebri e importanti pittori fiamminghi. Conservato al Prado è ispirato all’omonimo affresco che Bruegel aveva visto a Palermo a cui però si aggiunge il tema della

danza macabra, nato in nord Europa per esorcizzare la paura delle epidemie. Nella sua opera, datata 1562, è raffigurata una città devastata dall’arrivo dell’armata della morte, composta da scheletri con falce che mietono vittime tra la popolazione di tutti gli strati sociali, in maniera fantasiosamente macabra.

 


Più conosciuta e decisamente significativa è l’opera di Caravaggio, Caravaggio Giuditta e Oloferne, realizzata nel 1599 e ad oggi custodita nella Galleria nazionale di arte antica di Roma.

Il dipinto fu commissionato dal banchiere Ottavio Costa; n questo quadro Caravaggio rappresenta l’episodio biblico della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della vedova ebrea Giuditta, che voleva salvare il proprio popolo dalla dominazione straniera.

 


 

Facendo un salto temporale di 500 anni, si arriva al ‘900 con una rappresentazione di Dalì, Il volto della guerra, realizzata appunto durante il periodo di guerra che ha devastato l’Europa. Questo dipinto, che si può senza dubbio inserire tra i maggiori esempio di arte horror, rappresenta la paura e l’angoscia derivanti dalla condizione di guerra in cui la popolazione europea (a l’autore, fuggito in America) era costretta a vivere.

Arte horror: paura e angoscia

Paura e angoscia sono le emozioni su cui l’horror si basa, sicché che si tratti di paura dovuta alla guerra o a chissà quale altro fattore, il risultato non cambia: si ottengono opere di questo impatto.

Non è finita qui: più ci si avvicina all’arte contemporanea, più l’horror prende piede e si sviluppa. Per esempio, si possono ricordare le opere di Francis Bacon, pittore irlandese che ha rappresentato l’angoscia dell’esistenza con opere come lo Studio del ritratto di Innocenzo X. Si tratta del rifacimento dell’opera risalente a tre secoli prima, in cui il papa appare urlante e macabro.

Ciò, però, non toglie importanza alle opere precedenti, anzi grazie a queste è stata possibile l’evoluzione dell’arte horror.

 

Caravaggio

Caravaggio Book Cover Caravaggio
Stefano Zuffi
Arte
Mondadori
2008
159

Una monografia completa su uno dei maestri che più hanno segnato la storia dell'arte. Le vicende biografiche sono inquadrate nel contesto storico, sociale e culturale del suo tempo. Una selezione di cinquanta capolavori riprodotti a piena pagina, sono analizzati con dettagli ingranditi di forte impatto e commentati in modo chiaro e diretto. Non mancano approfondimenti e curiosità, un'antologia critica, una cronologia e un indice per risalire al museo che conserva le singole opere.


Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi da Caravaggio ( 29 settembre 1571 – 18 luglio 1610), è stato un pittore italiano famoso in tutto il mondo.

Nato a Caravaggio in provincia di Milano, inizia il suo apprendimento dell’arte sin da ragazzino tra Milano e Venezia per poi spostarsi, in età adulta, a Roma, Napoli e Malta e, infine, in Sicilia.

Unisce una rappresentazione estremamente verosimile e coinvolgente delle emozioni umane ad un uso meticoloso e scenografico delle luci, influenzando la pittura barocca a creando un nuovo movimento artistico: il caravaggismo.

Contraddistinto sin da bambino da una personalità irrequieta, cupa e burrascosa, è oggetto di diversi eventi gravi e spiacevoli tra cui il coinvolgimento in una rissa da bassifondi romani. Dopo questo evento viene condannato a morte, nel 1606 e passa il resto della vita a scappare dalla condanna.

Caravaggio: l’arte e l’artista

Nominando Caravaggio, le prime immagini che si presentano nella mente sono nature morte e soggetti “ammiccanti”.

Ed è proprio ciò che ha reso grande l’artista: la rappresentazione di ragazzi di strada semi-svestiti è già di per sé un grande affronto alla società, alla mentalità e all’arte dell’epoca.

Perché, per quanto le città italiane nel 1500 fossero disseminate di prostitute, mendicanti e ragazzini dediti alla prostituzione, l’arte “si rifiutava” di rappresentare tutto ciò e preferisce lusso, abiti e pose autorevoli.

Caravaggio rappresenta la realtà: è ispirato da modelli di fortuna, ragazzini e prostitute, scende di vita quotidiana.

Nei suoi quadri rappresenta il peccato, l’appagamento dei sensi, la tentazione, la seduzione, il vizio, il piacere.

Anche per le opere su commissione, Caravaggio esce da ogni schema noto: rappresenta difetti, deformità, sporcizia, insomma: la realtà accentuata dal suo sconvolgente uso di colori, luci e ombre.

Per questo motivo riceve critiche e disapprovazioni, soprattutto da nobili e clero. Tuttavia, riesce anche a collezionare una serie di amicizie importanti, la famiglia Colonna e il cardinale Del Monte, per esempio.

 

Dopo la morte, viene quasi dimenticato volontariamente: sono tanti gli artisti e i personaggi illustri a non apprezzare la sua arte cruda e sfacciata, tant’è che viene accantonato e denigrato da alcuni artisti suoi successori.
Fortunatamente, in seguito, la sua arte viene rivalutata e viene riconosciuto come la sua innovazione abbia influenzato grandemente i movimenti artistici dei secoli a venire.

Film e libri:

  • Caravaggio, il pittore maledetto (1941), diretto da Goffredo Alessandrini. FILM
  • Caravaggio (1986), diretto da Derek Jarman. FILM

 

  • Milo Manara, Caravaggio – La tavolozza e la spada, graphic novel, Panini Comics collana 9L, maggio 2015. FUMETTO

 

  • Maurizio Calvesi, Caravaggio, Giunti, 1986
  • Roberto Longhi, Caravaggio, Firenze, Giunti, 1998
  • Sebastian Schütze, Caravaggio. L’opera completa, TASCHEN GmbH, Colonia, 2009
  • Costantino Baroni, Tutta la pittura del Caravaggio, Milano, Rizzoli, 1956
  • Lionello Venturi, Il Caravaggio, con prefazione di Benedetto Croce, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1951

Mondadori Editore

Un libro veramente ben strutturato, con moltissime immagini e approfondimenti sia sull’artista e sia sulle opere. CONSIGLIATISSIMO!

Il volume dedicato allo stile Gotico si suddivide in più parti:

  1. Introduzione: contesto storico, accenni sulla vita
  2. La vita: come uomo e poi come artista
  3. Le opere: analisi delle opere dal punto di vista tecnico
  4. L’uomo e l’artista: informazioni aggiuntive

Infine vengono riportati un’antologia critica contenente citazioni di famosi critici dell’arte, una cronologia degli eventi più importanti e un sommario delle informazioni contenute nel libro.
Inoltre, sempre verso la fine del volume, si può trovare un elenco dei luoghi in cui si possono ammirare la opere di Caravaggio esposte al pubblico: un’appendice molto interessante per gli appassionati!


Fonte immagini: wikipedia

Per altri articoli sulla storia dell’arte: MuseoAStratto

Salvador Dalì – Museo AStratto

Dalì Book Cover Dalì
Fiorella Nicosia
Art
2010
160

Una personalità esplosiva, una vita tutta sopra le righe, una concezione di sé e della propria arte ai confini del delirio. Salvador Dalì (Figueras, Spagna, 1904-1989) figura tra i protagonisti del surrealismo, movimento con cui si trova peraltro spesso in contrasto e al quale da un apporto decisamente originale elaborando un metodo ("paranoico-critico") fondato sulla psicoanalisi freudiana e sulle proprie personali ossessioni eretico-macabre. Al di là delle controverse opinioni sull'effettivo valore artistico della sua produzione, è certamente un virtuoso, abilissimo promotore di se stesso, divenuto celeberrimo per i suoi orologi liquidi e le veneri a cassetti, ma anche collaboratore di registi come Buñuel e Hitchcock e creatore di immagini rimaste nella memoria artistica del Novecento.

Salvador Dalí, all’anagrafe Salvador Domènec Felip Jacint Dalí i Domènech, 1º marchese di Dalí de Púbol (1904- 1989) è stato un pittore, scultore, scrittore, fotografo, cineasta, designer e sceneggiatore spagnolo.

 

Dalì dai mille volti

Salvador Dalì non è stato semplicemente un pittore, è stato un artista a tutto campo. Egli, infatti, oltre ad essere un abilissimo disegnatore, riuscì ad esprimere la sua arte e la sua personalità in molti ambiti differenti: cinema, scultura, fotografia e design.

Molto celebri sono sicuramente le sue opere surrealiste e le sue opere di design nell’arredamento d’interni.

Aveva una predilezione per il colore oro, gli elementi sgargianti e appariscenti, lo stile orientale e il lusso in generale. Pare che si fosse auto attribuito una discendenza araba.

Oltre che per le sue opere, Dalì viene spesso ricordato per il suo atteggiamento stravagante e impertinente – anche nei confronti di chi “era dalla sua parte”.

Salvador Dalì: Il simbolismo

Nel suo lavoro Dalí si è ampiamente servito del simbolismo.

  • gli “orologi molli”, apparsi per la prima volta in La persistenza della memoria, si riferiscono alla teoria di Einstein che il tempo è relativo e non qualcosa di fisso.
  • l’elefante: apparso per la prima volta nel 1944, è ispirato al piedistallo di una scultura di Bernini che rappresenta un elefante che trasporta un antico obelisco. L’elefante, simbolo fallico, goffo e “pesante”, rappresenta l’irrealtà con le sue zampe sottili e fragili. L’intento di Dalì era, infatti quello di trasmettere un senso di irrealtà e spensieratezza, gioia ed emozioni forti.
  • l’uovo, associato al periodo prenatale e intrauterino, usandolo per simboleggiare la speranza e l’amore e appare spesso nelle sue opere.
  • le formiche: rappresentano la morte, la decadenza e uno smisurato desiderio sessuale;
  • la chiocciola: rappresenta la mente umana.
  • le locuste: rappresentano paura e distruzione.

Curiosità su Dalì

  1. Salvador Dalì è stato espulso dalla scuola d’arte perché sosteneva che nessuno dei docenti fosse abbastanza competente da giudicarlo
  2. Aveva animali domestici insoliti: il più conosciuto è il cucciolo di tigre che portava al guinzaglio (di cui si conosce il celebre scatto all’interno di un ristorante di Manhattan)
  3. Era convinto di essere la reincarnazione del fratellino morto prima della sua nascita
  4. Nel ’69 ha disegnato il logo dei Chupa Chups
  5. Era una appassionato di cucina e nel ’73 ha pubblicato un suo libro di ricette

Dalì in un libro

Il libro che vi consiglio oggi è Dalì edito da Giunti. Si tratta di un volume di circa 160 pagine, in cui sono riportate tantissime informazioni e curiosità sull’artista, oltre a foto e opere. Davvero consigliato perché ben strutturato, curato e dettagliato! Adatto agli appassionati d’arte ma anche a chi stesse cercando informazioni su un personaggio fuori dagli schemi, oltre che un artista straordinario!

L’Indaco – Museo AStratto

L’indaco è un pigmento di origine vegetale, utilizzato da più di 4000 anni soprattutto in Asia.

All’inizio ci fu il dolore.
O forse arrivò alla fine, a soffondere ogni cosa con le sue sfumature d’indaco. Colore di vecchi lividi, di porcellane andate in frantumi, di mappe accartocciate nella luce serotina. (Chitra Banerjee Divakaruni)

L’indaco nell’arte

L’indaco indiano in realtà veniva già prodotto in Cina fin dal 2000 a.C. e veniva utilizzato principalmente come tintura, successivamente apprezzato anche da greci e romani.

La produzione chimica dell’indaco è iniziata, invece, nel 1913 in Germania, sostituendo progressivamente la produzione di colore naturale soprattutto a causa dei tempi di produzione nettamente più brevi.

In ambito artistico, l’indaco è stato messo in risalto da grandi maestri dell’arte, come Jan Vermeer e Peter Paul Rubens.

Il blu (in varie tonalità) è stato storicamente associato alla nobiltà: nel Medioevo, per esempio, era molto diffuso nella raffigurazione di soggetti religiosi o membri della nobiltà.

I colori più utilizzati erano il blu oltremare (più prezioso perché ricavato dai Lapislazzuli), l’azzurrite (relativamente più economica  e diffusa) e, appunto, l’indaco.

 

Curiosità sul colore indaco

  • Prende il suo nome da India, il Paese che ne è stato il primo e maggiore produttore.
  • Anche in ambito chimico la sua molecola mantiene lo stesso nome.
  • Il pigmento è una sostanza insolubile, che viene resa solubile mediante un apposito trattamento per permetterne l’utilizzo come colorante.
  • Al contrario della maggior parte dei coloranti, l’indaco mantiene il colore brillante nel tempo. Per questo motivo viene spesso utilizzato nella colorazione dell’abbigliamento.
  • L’indaco è il colorante utilizzato per i jeans.
  • Anticamente veniva prodotto tramite fermentazione con l’utilizzo di urina di cavallo, oggi si usano sostanze chimiche.
  • L’indaco, nelle regioni del Sahel della Mauritania, è uno dei simboli di prestigio più rilevanti.
  • La tunica dei Tuareg è tutta indaco, colore con
  • siderato nobile. I mauritani, nelle zone del corpo non coperte da indumenti, si spalmano una polvere color indaco che li protegge dai raggi solari e dà origine al soprannome di “uomini
    blu”
    conferito alle popolazioni nomadi dell’area.
  • Le persone che prediligono il colore indaco sono tendenzialmente volte a scoprire il significato di ogni cosa per

Fonte immagine: wikipedia


Per leggere gli altri articoli sul colore: il colore nell’arte

Arancione nell’Arte #MuseoAStratto

Non c’è blu senza il giallo e senza l’arancione.
(Vincent Van Gogh)

L’arancione nell’arte

autoritratto di Van Gogh 1
L’Autoritratto di Van Gogh

Come si può intuire dalla citazione di Van Gogh, l’arancione è un colore fondamentale per i maestri dell’arte.

L’arancione è il giusto equilibrio tra il rosso (molto forte, simbolo di amore, sangue) e il giallo (molto vivace, troppo vivace per rappresentare determinate scene).

Inoltre, è la perfetta contrapposizione all’azzurro (Autoritratto di Van Gogh, per esempio): lo stesso risultato per sensazioni trasmesse non sarebbe stato possibile con l’abbinamento rosso-blu.

L’arancione si è dimostrato nel corso degli anni un colore molto flessibile ed adattabile a vari contesti politici e non solo; per questo motivo ha avuto un crescente sviluppo ed utilizzo in tutto il mondo occidentale.

Sin dall’antichità, infatti, il colore arancione veniva estratto come pigmento da pietre sulfuree.  In realtà l’orpimento è un minerale altamente tossico perché ricco di arsenico ma, se posto sul fuoco, genera un serie di pigmenti che vanno dal giallo all’arancio intenso.

Così alchimisti (convinti che l’orpimento fosse un ingrediente base per la generazione della pietra filosofale) e artisti (affascinati dal mistero della creazione del pigmento arancione) si sono esposti per secoli a queste sostanze altamente tossiche.

Ad ogni modo, e nonostante tutto, il colore arancione è diventato fondamentale per la storia dell’arte.

Jean-Honoré Fragonard L'ispirazione 1 Poco alla volta, l’arancione non determina più solamente il calore dell’opera d’arte, ma anche la sua espressività, capace di trasmettere le emozioni più nascoste e forti dell’artista.
L'Urlo di Munch 1

Per esempio nell’opera L’urlo di Munch, la tragicità della scena non sarebbe stata così marcata senza l’utilizzo dell’arancione: il blu e il nero avrebbero reso la scena cupa, senza dubbio, ma non drammatica come con l’aggiunta del colore caldo.

Non finisce qui: l’arancione viene utilizzato dalla maggior parte dei grandi maestri dell’arte come colore fondamentale per dare una chiave di lettura ad ogni opera, per esempio:
  • Van Gogh, Terrazza di caffè di notte, 1888
  • Frederic Leighton, Flaming June, 1895
  • Max Ernst, La vestizione della sposa, 1940

 

Arancione nell’arte… Qualche curiosità

  • il colore arancione si trova nello spettro dei colori tra il rosso e il giallo, viene spesso abbreviato il “arancio”;
  • prende il nome dal frutto dell’arancia; prima della scoperta di questo frutto e dell’associazione al colore, veniva identificato come rosso, tant’è che alcune forme colloquiali sono rimaste invariate, per esempio i “gatti rossi” sono in realtà arancioni;
  • è un colore caldo che viene spesso associato all’estate o alla primavera, al sole e alla fioritura.

Arancione e simbolismo

  • Nell’arte araldica l’arancione simboleggia forza e onore ma compare raramente negli stemmi nobiliari, se non per qualche dettaglio secondario.
  • L’arancione è il colore nazionale dei Paesi Bassi benché sia stato sostituito dal rosso nella bandiera attuale.
  • Nella cultura cristiana l’arancione simboleggia i peccati di gola.
  • Nell’Antica Roma l’arancione era il colore dell’abito nuziale delle donne.
  • L’arancione è il secondo colore del Chakra e simboleggia fantasia ed entusiasmo.
  • Viene utilizzato in cromoterapia per trovare l’ottimismo e combattere la depressione.
  • L’arancione è il colore di molte pietre semi preziose come l’avventurina ed è associato al segno zodiacale del Leone.
  • Nel settore dell’home-design il colore arancione viene spesso utilizzato per ambienti “caldi” come la cucina e il soggiorno, ma anche per stanze dei bambini e dei giochi, proprio per sviluppare creatività ed entusiasmo.

 


Per leggere gli altri articoli sul colore: il colore nell’arte

Grafica italiana dal 1945 ad oggi di Carlo Vinti

Grafica italiana dal 1945 ad oggi Book Cover Grafica italiana dal 1945 ad oggi
artedossier
Carlo Vinti
Giunti
2016
50

Grafica italiana

So di avervi già parlato di questo dossier tempo fa ma, considerando di creare una sorta di archivio dei testi che ho letto (riguardanti arte, grafica, immagine), ho decido di  dedicare nuovamente un po’ di spazio a questi testi che ritengo assolutamente utili e gradevoli!

✒ “La grafica, intesa in senso ampio come produzione di segni e scritture, è uno dei grandi capitoli della storia della cultura visuale dell’umanità”.

📌 70 anni di storia della grafica italiana:

La storia della grafica italiana è un susseguirsi di vicende e protagonisti che hanno influenzato la grafica nel mondo occidentale e non solo.

Sicuramente la massima espressione degli artisti nel campo della grafica è avvenuta nel periodo del secondo dopoguerra, quando il “graphic design” è diventato un lavoro a tutti gli effetti anche in Italia.

Tuttavia, prima di questo momento, vale la pena di ricordare almeno tre passaggi importanti:

  • seconda metà dell’800/inizi del ‘900: è il periodo dei cartellonisti, con influenze dello stile Liberty e Déco, delle avanguardie artistiche e del Novecento.
  • il Futurismo e la “Rivoluzione Tipografica”, che inizialmente hanno incontrato una certa resistenza da parte dei tradizionalisti, ma hanno aperto le porte ad una vera e propria rivoluzione tipograficache sfocerà nel Secondo Futurismo, con Carboni, Grignani e Munari.
  • gli anni ’30: sono gli anni dell’astrattismo razionalista, influenzato dalle avanguardie europee.

Ed è proprio in questi anni che si creano le basi per lo sviluppo della grafica italiana: nasce a Milano negli anni ’30 la figura del progettista grafico.

Il capoluogo lombardo era, infatti, un punto geografico strategico per assimilare le influenze europee e svilupparle nei primi uffici pubblicitari.

Nel 1933 in particolare, accadono a Milano una serie di eventi che determineranno il futuro della grafica italiana. Alla V Triennale viene presentata una raccolta di lavori dei maggiori esponenti della Nuova tipografia, curata da Paul Renner – progettista del Futura, uno dei font più influenti del modernismo(eh si, è il mio font preferito!). 

Edoardo persico presenta la rivista “Casabella” in una nuova veste editoriale e nello stesso anno esordisce “Campo Grafico”, una rivista redatta da un gruppo di tipografi d’avanguardia.

In questi anni inoltre viene introdotta la fotografia come elemento fondamentale della grafica, il carattere tipografico assume un ruolo determinante e viene utilizzato in modo plastico ed espressivo, il colore viene usato con moderazione ed, infine, la composizione è basata sull’equilibrio degli elementi.

Successivamente la grafica italiana si sviluppa maggiormente nel nord del Paese, tra MilanoTorino e Genova. Queste tre città erano le più sviluppate economicamente e culturalmente: nel secondo dopoguerra le aziende hanno cominciato a ricostruirsi e rimodernarsi, puntando molto sull’immagine e sull’impressione sul consumatore (basti pensare ai manifesti della Fiat 500, o della Olivetti).

Inoltre queste città ospitavano intellettuali e studiosi italiani e non solo: questo ha reso possibile un collaborazione tra intellettuali e progettisti grafici con l’intenzione di democratizzare la cultura.

In seguito è stato un percorso in ascesa: lo stile italiano è diventato inconfondibile, il design “made in Italy” continua a fare tendenza e scuola in tutto il mondo.

📎 Il dossier è composto di sole 50 pagina ma, nonostante questo, trovo che sia assolutamente completo e ricco di informazioni. Contiene, inoltre, molti spunti di approfondimento e immagini.

Bianco & Arte

Salve lettori! oggi vi parlo del bianco nell’arte. Come vi ho detto nell’articolo precedente relativo a questo colore, si tratta di una tinta molto particolare: nonostante possa sembrare scontata e indefinita, è la base di tutto.

Una breve premessa:

Soprattutto nella società occidentale, il bianco è simbolo di pulizia, in passato anche di purezza (abiti da sposa, battesimo in bianco e così via). Il bianco è il colore del bene e, se c’è un colore associato al bene deve essercene anche uno associato al male: ed ecco il binomio bianco e nero, bene e male, angelo e demone, vita e morte, luce e buio. La maggior parte delle rappresentazioni artistiche, soprattutto del passato, si basano su questi concetti.

Non è così in Estremo Oriente e per molte popolazioni dell’Africa: in queste culture, infatti, il bianco è il colore del lutto, della morte e della malvagità.

E con questo aspetto del bianco, torniamo all’Occidente, perché a pensarci bene, anche nella cultura occidentale questo colore non ha sempre un significato positivo: il bianco di un fantasma, di un cadavere.

Anche questo colore, quindi, ha un doppio significato: probabilmente il suo lato candido e positivo è quello più immediato e facile da riconoscere ma, tuttavia, ne nasconde uno opposto che significa malessere e paura.

Detto ciò, vediamo alcune rappresentazioni artistiche che hanno il bianco come protagonista.

AGNELLO

Una delle raffigurazioni “in bianco” più celebri è sicuramente l’agnello. Non solo come animale sacro, ma anche come simbolo di sacrificio (tant’è che già nell’Odissea venivano offerte in sacrificio delle giovenche bianche al dio del sole). Nelle opere cristiane, poi, assume ancor di più un significato simbolico di gloria, cammino verso i cieli, luce divina.

Una rappresentazione interessante è quella di Francisco de Zurbarán (Fuente de Cantos, 7 novembre 1598 – Madrid, 27 agosto 1664) nella sua opera Angus Dei, in cui l’agnello è simbolo di sacrificio e martirio, sofferenza e liberazione.

PERLA

La perla è stato un elemento caratterizzante nel mondo dell’arte per molto tempo: il suo colore trasmetteva purezza di per sé a cui, poi, si aggiungevano la forma, la trasparenza, la luce, l’iridescenza. Insomma, un elemento che evocava una sensazione di perfezione, di purezza.

L’esempio più significativo è sicuramente la Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer, ritratto che ha dato origine a interpretazioni letterarie e cinematografiche.

LUNA

La Luna è da sempre un soggetto fondamentale nell’arte, nella poesia, nella musica. Tinta di molti colori, dal giallo all’oro, dal bianco al rosso, ha ispirato artisti di ogni genere.

Il chiaro di luna è stato un punto fermo dell’arte e del romanticismo per secoli, perlomeno fino all’inizio del ‘900, con l’avvento del Futurismo. E, in questo caso, è d’obbligo citare l’opera Fuga in Egitto di Elsheimer.

NEVE

Un’altro elemento spesso utilizzato dagli artisti è la neve: in alcuni casi simbolo della stagione fredda, in altri casi di un “periodo freddo” come per esempio la guerra, la carestia, e così via.

Gli artisti che maggiormente hanno dato vita alla neve in campo artistico sono gli impressionisti, uno su tutti: Monet. Nelle sue opere spesso appaiono soggetti “immersi” nella neve: La gazza, Il carro sulla strada di Honfleur, e così via.

E ANCORA…

La neve, la luna, la perla e l’agnello sono solo alcuni dei molteplici significati attribuiti al bianco. Non si possono non citare, per esempio, la seta, la luce, il bianco nuziale, ecc.

 

Sei proprio il mio Typo

Sei proprio il mio Typo - la vita segreta dei caratteri tipografici Book Cover Sei proprio il mio Typo - la vita segreta dei caratteri tipografici
Simon Garfield
TEA
364

Si tratta di un volume di 364 pagine che racconta la storia dei font, partendo da Gutemberg per arrivare fino all’utilizzo dei caratteri tipografici in larga scala: al giorno d’oggi i font e caratteri tipografici conosciuti e utilizzati, sia su supporti cartacei e sia digitali, sono più di centomila ed ognuno ha delle caratteristiche proprie, uno stile in grado di trasmettere sensazioni.

Tornando al libro, “Sei proprio il mio typo” è scritto in modo scorrevole, suddiviso in più parti, e può essere apprezzato anche da chi volesse leggerlo solo per curiosità e non necessariamente per sfruttare i font a scopo commerciale. Oltre agli aspetti tecnici sulla “vita segreta” dei font, il libro contiene alcuni aneddoti divertenti come la storia del Comic Sans (utilizzato per da molti e odiato da altrettanti!).

Potete acquistarlo qui.

Design e comunicazione visiva di Bruno Munari

Design e comunicazione visiva Book Cover Design e comunicazione visiva
Bruno Munari
Arte e immagine
Laterza
1968
365

Conoscere la comunicazione visiva è come imparare una lingua fatta solo di immagini che hanno lo stesso significato per persone di qualunque nazione e quindi di qualunque lingua.

Questa citazione tratta dal testo di Munari riassume perfettamente il contenuto ed il significato del libro: perché la comunicazione visiva è fondamentale e come fare per comprenderla ed utilizzarla nel modo giusto.

Design e comunicazione visiva

Essenzialmente si tratta di un testo che racchiude le esperienze personali dell’autore come professore universitario e ciò che egli stesso ha appreso da questo percorso.

Alcuni dei metodi di insegnamento e sperimentazione dell’utilizzo delle immagini, dei colori e dell’occhio umano, potrebbero sembrare obsoleti considerando la quantità di immagini che vengono sottoposte al nostro sguardo ogni giorno.

Tuttavia, per quanto l’occhio e il cervello umano possano essere assoggettati e abituati alla presenza costante di immagini nel mondo circostante, ci sono alcuni aspetti che vale la pena di analizzare e su cui riflettere attentamente, se non altro per avere una spiegazione di ciò che quotidianamente percepiamo, anche inconsciamente.

Credo sia un testo molto scorrevole e apprezzabile anche dai “non addetti ai lavori”, per questo consigliatissimo!


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