8 marzo – Donne oltre la tela

8 marzo – Donne oltre la tela

L’anno scorso, in occasione della Giornata internazionale della Donna, ho scritto un articolo che voleva essere una lode ad una donna che ho sempre ammirato ma anche una critica nei confronti di una società in cui è ancora profondamente radicato il maschilismo – tanto negli uomini quanto nelle donne.

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso e, in un certo senso, più positivo: un articolo sulle donne che hanno fatto la storia dell’arte, nonostante i periodi e le società in cui sono vissute.

8 marzo, 8 donne da ricordare.

 

Fede Galizia

Pittrice barocca, iniziò a lavorare all’età di 12 anni. Fra le sue opere ci sono ritratti e scene di soggetto religioso, ma è conosciuta soprattutto per i dipinti di nature morte.

Non solo fu una pittrice di talento, fu anche miniaturista e si dedicò per molto tempo all’arte dell’incisione.

Eseguì diversi ritratti, tra i quali quello dei suoi genitori, che però andarono perduti. Ogni suo dipinto è caratterizzato da una estrema attenzione per i dettagli, come per esempio gioielli e vestiti, ma anche luci e riflessi.
Nel 1596 firmò e datò Giuditta con la testa di Oloferne, dipinto in cui indugiò più nella cura di vesti e di gioielli, che nella esaltazione della drammaticità della scena. L’opera è comunque fondamentale per essere la prima documentata su questo soggetto da parte di una donna pittrice, seguita quindi da quelle eseguite da Lavinia Fontana e da Artemisia Gentileschi.
Morì di peste, a Milano, nel 1630.

 

Lavinia Fontana

Lavinia era figlia del pittore manierista Prospero Fontana, nella cui bottega poté attingere, accanto agli insegnamenti del padre, ad una vasta gamma di conoscenze in ambito artistico, dalla scuola  emiliana, veneta lombarda e toscana.

Lavinia Fontana acquistò ben presto fama come ritrattista, distinguendosi soprattutto per l’accuratezza dei particolari, come abbigliamento e acconciature, nelle figure femminili. Ma, a differenza di altri artisti, Lavinia non fu monocorde e nella sua opera si incontrano spesso anche soggetti mitologici, biblici e sacri. Con Fede Galizia, diventa una delle prime pittrici a ritrarre scene bibliche e in particolare personaggi femminili che ne fanno parte.

I successi maggiori le giunsero a Roma dove fu chiamata dal nuovo papa Gregorio XIII, e si trasferì stabilmente.
Grazie a tale posizione, Lavinia eseguì innumerevoli lavori per la nobiltà e il clero romano, tanto da essere soprannominata «la Pontificia Pittrice».

Durante la sua carriera di pittrice, Lavinia realizzò una considerevole quantità di ritratti di nobildonne, tant’è che l’abate Luigi Lanzi scrisse:

«divenne pittrice di Gregorio XIII; e più che da altri fu ambita dalle dame romane, le cui gale ritraea meglio che uomo del mondo».

Continuò, comunque, a prodursi in altri soggetti, come la Minerva in atto di abbigliarsi, in cui la dea vergine è sorpresa nuda nell’atto d’indossare il manto e guarda maliziosamente verso lo spettatore.

Nel 1613 si ritirò in un monastero, assieme al marito, e concluse la sua attività artistica.

Nonostante le undici gravidanze, la sua produzione fu corposa: oltre ai numerosissimi ritratti di nobildonne, diplomatici e personalità d’ogni sorta, Lavinia dipinse un centinaio di pale d’altare e realizzò diverse sculture di uomini in battaglia, in particolare con cavalli e altri tipi di bestiame.

 

Artemisia Gentileschi

Pittrice allieva di Caravaggio, nota per le sue opere in chiave femminista.

Sono, infatti, stati molti i critici ad aver fornito una lettura dell’opera della Gentileschi in chiave «femminista» essendo una donna che si fece strada grazie al suo talento in una società puramente maschilista. Nel Seicento, infatti, la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile, e la stessa Artemisia, in virtù del suo sesso, dovette fronteggiare un numero impressionante di ostacoli e impedimenti.

Essendo una donna, non aveva accesso al patrimonio artistico della sua città e dovette

Nonostante ciò, la Gentileschi diede brillantemente prova della sua indole fiera e risoluta e seppe far fruttare il proprio versatile talento, riscuotendo in breve tempo un successo immediato e di altissimo prestigio.

Questi «successi e riconoscimenti» osservano, infine, i critici Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro:

«proprio in quanto donna, le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio».

Ad aver giocato un ruolo tristemente importante nella vita e nell’arte della pittrice, è stato lo stupro subito da parte di Agostino Tassi: nelle sue opere, infatti, compaiono spesso eroine bibliche e personaggi mitologici femminili. Partendo da questi elementi, Artemisia diventa simbolo del desiderio di affermazione delle donne e della lotta alle ingiustizie perpetrate dagli uomini.

Le opere di Artemisia sono impregnate di emozioni forti, colori brillanti e un’estrema armonia di tutto ciò.

 

Mary Stevenson Cassatt

Mary Cassatt è stata una pittrice statunitense. Visse molto tempo in Francia dove diventò amica e allieva di Degas, esponendo poi le proprie opere insieme a quelle degli artisti del movimento impressionista. Realizzò molti dipinti che ritraggono la vita sociale e privata delle donne della sua epoca, ponendo una particolare attenzione all’intimo legame che si realizza tra le madri e i loro bambini.

The Boating Party 1893-94

Al suo ritorno negli Stati Uniti si trovò di fronte ad un mondo ostile all’arte, tanto più se l’artista era una donna. Anche il padre non era favorevole alla sua  vita da artista, tanto da finanziarle lo stretto indispensabile per sopravvivere ma non per dipingere. Riuscì ad esporre a New York ma non trovò acquirenti, sicché tornò in Europa, dove finalmente la sua carriera da artista prese un buon andamento.

Dopo diverse peripezie, abbandonò i soggetti che le erano stati familiari fino a quel momento per dedicarsi a soggetti “più alla moda” e facilmente vendibili. Il decennio che va dal 1890 al 1900 fu il momento più creativo della carriera di Mary. Diventò un punto di riferimento per i giovani artisti americani e rimase in contatto con i maggiori esponenti dell’Impressionismo, tra cui Renoir, Monet e Pissarro.

Se in Europa il suo successo fu indiscutibile, negli Stati Uniti faticò ad essere accettato, anche dalla sua stessa famiglia. Dopo la morte del fratello, le sue opere divennero più sentimentali e, pochi anni dopo questo evento, concluse la sua carriera rimanendo contraria alle nuove correnti artistiche che andavano formandosi. Non fu solo questa la ragione dell’interruzione della sua vita artistica: dopo un viaggio in Egitto, sembrava avesse ritrovato creatività e ispirazione ma fu colpita da diverse malattie e diventò quasi cieca. Lasciò comunque un patrimonio artistico di altissimo valore.

 

Berthe Morisot

Nacque nel 1841 a Bourges, in Francia, in un’agiata famiglia borghese. Quando aveva solo dieci anni si trasferì con la famiglia nei pressi di Parigi, in una cittadina all’epoca rinomata come centro artistico e culturale: qui poté accrescere il suo interesse per l’arte e la pittura.

Nonostante la famiglia avesse circondato la piccola Berthe di arte e cultura, per lei fu impossibile accedere all’Accademia delle Belle Arti, in quanto aperta soltanto ai maschi. Berthe non si lasciò scoraggiare e proseguì l’apprendimento privatamente, grazie a grandi maestri, come per esempio Eugène Delacroix. Ebbe poi modo di visitare il Louvre e studiare le tele di molti altri artisti.

Diventò così una delle interpreti più significative, fantasiose e vivaci del movimento impressionista. È importante notare inoltre come la Morisot, insieme a Mary Cassatt, sia stata una delle pochissime pittrici impressioniste. Ciò acquista ancora maggiore rilevanza in considerazione del fatto che le donne ricoprivano un ruolo subalterno nella società dell’epoca, tanto che la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile. Per emergere in un ambiente così fortemente ostile, dunque, le donne oltre a un indubbio talento artistico dovevano possedere anche una forte personalità. Berthe Morisot si segnalò brillantemente e, nonostante la società del tempo faticasse ad accettare l’emancipazione femminile, divenne in poco tempo una modello d’indipendenza, tenacia e di talento anche per i colleghi maschi.

I soggetti di Berthe furono molto vari, ma la sua espressione artistica risentì molto di pregiudizi e maldicenze, tant’è che finì per preferire situazioni private e domestiche, prediligendo figure femminili.

 

Elisabetta Sirani

Elisabetta Sirani (Bologna, 8 gennaio 1638 – Bologna, 28 agosto 1665) è stata una pittrice e incisore italiana, di stile barocco.

«Era tale la velocità e franchezza del suo pennello, ch’ella sembrava più leggiadramente scherzare che dipingere. “Io posso ben dire per verità,” dice il Malvasia, “essermi trovato presente più volte che venutole qualche commissione di quadro, presa ben tosto la matita, e giù postone speditamente in due segni su carta bianca il pensiero, (era questo il solito suo modo di disegnare da gran maestro appunto e da pochi praticato, e nemeno dal padre istesso) intinto piccolo pennello in acquarella d’inchiostro ne faceva apparire ben tosto la spiritosa invenzione, che si poteva dire senza segni dissegnata, ombrata, ed insieme lumeggiata tutto in un tempo.”»

(Mazzoni Toselli)
Elisabetta ebbe un ruolo particolarmente rilevante e insolito nella storia dell’arte In primo luogo per la sua tecnica: era solita abbozzare il disegno in modo molto sbrigativo per poi perfezionarlo ad acquerello. Questo metodo era praticamente sconosciuto fino ad allora. In secondo luogo fu determinante per la storia della pittura al femminile perché era solita dipingere in pubblico, nonostante questa attività fosse considerata disdicevole per le donne dell’epoca. Nel suo caso, però, il padre fu favorevole alla sua carriera e la appoggiò, a differenza di altri.

Si stima che la sua produzione artistica sia stata particolarmente corposa: circa duecento opere in appena dieci anni di lavoro. Elisabetta fece parte di un movimento unico e straordinario, quello noto con il nome di “scuola bolognese”. Bologna, infatti, fu un centro artistico molto importante per la pittura femminile perché qui poterono affermarsi ed esprimersi molte donne, anche grazie al supporto dei rispettivi padri. Tra queste troviamo: Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi e Marietta Robusti (figlia di Tintoretto).Va comunque ricordato che in realtà nella casa e studio dei Sirani operava una buona bottega di sole donne, tant’è che nelle opere della giovane pittrice è visibile una certa discontinuità, dovuta in alcuni dipinti proprio alla collaborazione delle allieve. Successivamente, con l’attenuarsi delle influenze dei suoi maestri, Elisabetta andò sviluppando progressivamente uno stile proprio e indipendente, più naturalistico e realistico, più vicino alla sensibilità del Guercino e della scuola veneta, in cui pare stabilirsi una sorta di dialogo emotivo fra l’artista e il soggetto delle sue opere.

 

Angelika Kauffmann

La Kauffman nacque nel 1741, in Svizzera e trascorse la propria infanzia in Austria. Il padre era un pittore di talento e la madre una donna molto colta: entrambi ebbero modo di trasmettere conoscenze e abilità alla figli in diversi ambiti. Angelika, però, si dedicò principalmente alla pittura, dedicandosi alla copia di stampe e gessi fino a raggiungere un ottimo livello artistico. Successivamente iniziò la sua carriera artistica, passando molto tempo in Italia, dove ebbe l’occasione di realizzare ritratti per nobiltà e clero. Infine, la madre morì e Angelika tornò con il padre in Germania, dove ricominciò a dipingere per la nobiltà tedesca.

Il padre, quindi, decise di riproporre un viaggio di formazione artistica in Italia. Fu proprio nel Bel Paese che Angelika ebbe modo di coltivare più intensamente le proprie doti pittoriche, attraverso lo studio delle opere del Correggio, di Guido Reni, dei Carracci, del Domenichino e del Guercino.

La pittrice mostrò sin da subito un insolito interesse verso la raffigurazione di soggetti storici: a tal scopo, si servì anche delle varie sculture e nudi che disponeva, grazie all’amicizia con il più celebre Batoni. Perfezionando il suo stile, l’artista sintetizza sapientemente il neoclassicismo con il classicismo seicentesco.

 

Tamara de Lempicka

Facendo un salto temporale di alcuni decenni arriviamo al 1900, con Tamara de Lempicka, figlia di una donna polacca e un uomo russo ebreo. A seguito della prematura scomparsa del padre, Tamara visse con la madre e i suoi due fratelli  e la nonna Clementine. Nel 1907 fece il suo primo viaggio in Italia per accompagnare la nonna ed ebbe l’occasione di visitare le città d’arte italiane. Successivamente, dopo essersi spostata in Francia, Tamara imparò alcuni rudimenti di pittura da un francese di Mentone.

La sua formazione scolastica, seguita dalla nonna Clementine, va posta tra una scuola di Losanna  in Svizzera e un prestigioso collegio polacco di Rydzyna. L’anno successivo, alla morte della nonna, si trasferì a San Pietroburgo in casa della zia. Qualche anno dopo si sposò.

Durante la rivoluzione russa del 1918, suo marito venne arrestato dai bolscevichi, ma venne liberato grazie agli sforzi e alle conoscenze della giovane moglie. Considerata la situazione politica in Russia, i Łempicka decisero di trasferirsi a Parigi, dove nacque la figlia Kizette nel 1920. Tamara iniziò a studiare pittura alla Académie de la Grande Chaumiere e alla Académie Ranson. Qui affinò il suo stile personale, fortemente influenzato delle istanze artistiche dell’Art Déco, ma al contempo assai originale. Nel 1922 espone al Salon d’Automne, la sua prima mostra in assoluto. In breve tempo divenne famosa come ritrattista col nome di Tamara de Lempicka. Nel 1928 divorziò dal marito.

Dopo aver viaggiato estesamente per l’Europa, all’inizio della seconda guerra mondiale si trasferì a Beverly Hills in California con il secondo marito, e infine si trasferì a New york per continuare al sua carriera artistica.

Dopo la morte del marito, Łempicka andò a vivere a Houston in Texas, dove sviluppò una nuova tecnica pittorica consistente nell’utilizzo della spatola al posto del pennello. Le sue nuove opere, vicine all’arte astratta, vennero accolte freddamente dalla critica, tanto che la pittrice giurò di non esporre più i suoi lavori in pubblico.

 

8 donne…

…nonostante il numero di donne da ricordare sia infinito, quest’anno ho scelto queste otto donne che, grazie alla loro forza di volontà e alla loro bravura, hanno realmente scritto la storia dell’arte.

Il mio augurio a tutte le donne è quello di non arrendersi, e sfruttare tutta la forza possibile per ottenere ciò a cui si tiene veramente.

 

Fonte: wikipedia