Recensione | L’Animologo

L'animologo Book Cover L'animologo
Antonia De Francesco
Romanzo, Contemporaneo
Giovane Holden Edizioni
2018
e-book
120

Quanto esistere può contenere una sola cornice di legno?

Sinossi:
Alle volte si brancola nel buio alla ricerca di un interruttore, altre si annega in punti di non ritorno. Può capitare a chiunque. Sono quei momenti in cui si ha la netta sensazione di non avere più un ruolo nella propria storia, pensando che la trama sia stata sovvertita da una mano che impugna un calamaio esclusivamente nostro. Quei momenti in cui pensi: non doveva andare così! È ciò che accade a Giorgio che, in una tempesta di domande senza alcuna risposta, davanti a un attimo spezzato, un cordone ombelicale reciso, in preda alla paura sente il desiderio di uscire fuori, per sempre, dalle righe del suo quaderno e ci prova. Il punto è che nessuno può cancellarsi o essere cancellato lasciando dei puntini sospensivi. Non è giusto. Per fortuna, nonostante l’essere diventati i più criptici dei messaggi, la vita è disseminata di persone che possono e scelgono di decifrarci: gli animologi. Si fanno avanti da uno dei tanti punti del foglio e cominciano, pian piano, a guidare la mano in un esercito di punteggiatura e diluvi di parole, permettendoci di guarire.
Accanto a Giorgio arriva Levante: gli fa dono, nel silenzio, delle sue parole imbustate, vecchie di anni bellici, intrise di lacrime, speranza, ma costantemente d’amore. Il divario generazionale è però intangibile, vicini come sono empaticamente nello sterile spazio di una bianca corsia, in cui viaggia un ritorno a casa dall’essenziale, come insegnano quei casi di miseria in cui a colmare i morsi della fame ci pensa un semplice pugno d’erba bollita. Una sorta di pozione magica che andrebbe data in pasto a chiunque smarrisca il senso di sé e della propria vita. Giorgio, curato dalle lettere di Levante, lo comprende e non ferma il potere salvifico di quelle parole, diventando a sua volta un animologo.
Romanzo forte e intenso, melanconicamente sorprendente.

 

Il libro:

Finisce così che un uomo, che ha capito il senso ultimo della libertà e della vita e ha imparato a sue spese ad apprezzarla, attraverso il dolore della mancanza delle certezze e dell’indotta precarietà della vita, non riesce più a comunicare. Non riesce più a mettere in comune perché non ha nulla da condividere.

Come preannunciato nella prefazione, “nel romanzo non ci sono protagonisti corporei, né eroi e tantomeno eroine. Impera la parola, vera e assoluta protagonista nel dirimere i conflitti dell’anima […]”.

Si tratta infatti di un romanzo molto intenso ed introspettivo che non vuole mettere in luce fatti o individui straordinari ma, semplicemente, la straordinaria forza che ognuno deve trovare dentro di se per sopravvivere alle avversità della vita.

Nel libro sono Giorgio e Levante a farlo, in due epoche diverse, a distanza di anni: il primo, un ragazzo che deve superare la depressione, la perdita della madre, le incomprensioni con il padre; il secondo, un ragazzo allontanato dalla famiglia a causa della guerra, che si aggrappa alle lettere della madre per sopportare la morte che ha davanti agli occhi ogni giorno.

Levante: un ragazzo d’animo buono, che impara a proprie spese cosa sia la mancanza di tutto, un ragazzo che non ha di ché vivere, che mangia erba bollita per sopravvivere.

L’erba bollita, un fatto reale ma anche una metafora: solo chi prova realmente cosa sia la privazione, può apprezzare ciò che ha di giorno in giorno.

Ed è proprio rileggendo le lettere che Levante invia alla madre, che Giorgio riesce a comprendere molte cose di sé, della sua vita, del suo passato e di ciò che gli è accaduto: riesce a comprendere la madre, affettuosa e apprensiva, il padre, burbero e distaccato, sé stesso.

Lo fa da solo, nella sua camera, soffrendo e rinascendo da questo dolore. Lo fa scrivendo un diario, che servirà più degli incontri con gli psicologi, un diario che servirà a far comprendere anche a suo padre il cambiamento che è avvenuto in lui.

La narrazione ha un ritmo medio e alterna parti del diario di Giorgio (riportando fatti e dialoghi) e lettere di Levante. Lo stile è elegante, preciso, curato.

Concediti unicamente una ragione, non una scusa!

Benché non sia collocato in un luogo geografico preciso, l’ambientazione si definisce a poco a poco e rende questo libro abbastanza universale. Qualsiasi ragazzo, infatti, potrebbe trovarsi nella situazione di Giorgio, indipendentemente dal luogo in cui si trova.

L’atmosfera è nostalgica, malinconica, ma con una vena di speranza che attraversa il libro dall’inizio alla fine.

I personaggi sono pochi ma definiti nel minimo dettaglio, maggiormente sotto l’aspetto psicologico ed emotivo che sotto l’aspetto fisico.

Quelle persone che pensano in breve tempo e rispondono con solchi nell’animo; che riescono empaticamente a sintonizzarsi con te e ad aprirti gli occhi, spostandoti lo sguardo sempre un po’ più lontano nell’orizzonte, vivendoti per quello che sei. Quelle rare persone dal cuore in mano e la ragione nel taschino poco sotto la sua altezza.

 

In conclusione:

Questo libro è stato una piacevole sorpresa: l’ho apprezzato molto, sia per il contenuto e sia per lo stile. Curato, elegante. Lo consiglio a ogni genere di lettore, soprattutto ai più sensibili: un’analisi di sé stessi e un tuffo nel passato, ai tempi di guerra (in questo libro, contrariamente a quanto si legge di solito, la guerra è vista da un singolo individuo, nella sua intimità, nella quotidianità, nei rapporti con la famiglia).

Ringrazio l’autrice per avermi dato la possibilità di leggerlo e vi lascio il link alla pagina relativa al libro su giovaneholden.it