Il nome del vento

Il nome del vento
Patrick Rothfuss
Fantasy
Fanucci
2011
Copertina flessibile
728

La Pietra Miliare, una locanda come tante, nasconde un incredibile segreto. L'uomo che la gestisce, Kote, non è davvero il mite individuo che i suoi avventori conoscono. Sotto le sue umili spoglie si cela Kvothe, l'eroe che ha fatto nascere centinaia di leggende. Il locandiere ha attirato su di sé l'attenzione di uno storico, che dopo un lungo viaggio non privo di pericoli e avventure riesce a raggiungerlo e convincerlo a narrare la sua vera storia. Il nostro eroe muove i suoi primi passi a bordo dei carri degli Edema Ruh, un popolo di attori, musicisti e saltimbanchi itineranti che, nonostante le malevole credenze popolari, si rifanno a ideali nobili e tengono in gran conto arte e cultura. Kvothe riceve i primi insegnamenti dall'arcanista Abenthy, e viene poi ammesso all'Accademia, culla del sapere e della conoscenza. Qui egli apprenderà diverse discipline, stringerà salde amicizie e sentirà i primi palpiti dell'amore, ma dovrà anche fare i conti con l'ostilità di alcuni maestri, l'invidia di altri studenti e l'assoluta povertà; vivrà esperienze rischiose e incredibili che lo aiuteranno a maturare e lo porteranno a diventare il potentissimo mago, l'abile ladro, il maestro di musica e lo spietato assassino di cui parlano le leggende. Contiene l'estratto del secondo libro della serie "Le cronache dell'assassino del re", "La paura del saggio".

Il nome del vento è un romanzo fantasy moderno, scritto da Patrick Rothfuss, edito da Fanucci (e ora anche da Mondadori).

Considerato una colonna portante del fantasy moderno, questo libro sembra essere stato apprezzato un po’ in tutto il mondo. In Italia ha avuto una rivalutazione di recente proprio grazie alla nuova edizione Oscar Vault. Personalmente ho alcune perplessità nel considerarlo una “colonna portante”. Qui di seguito cercherò di analizzarlo in modo oggettivo, dopodiché lascerò il mio personale commento sperando che sia cosa gradita per i lettori più scrupolosi.

Il nome del vento

Il libro essenzialmente racconta la storia di Kvothe, unico protagonista indiscusso del racconto, e di come sia diventato una leggenda. Viene raccontata in prima persona, con il protagonista che riporta la sua storia perché ne venga tratta una biografia quando, ormai anziano e “sotto mentite spoglie” gestisce una locanda – la Pietra Miliare.

Il prologo è qualcosa di epico, così come l’epilogo, infatti ci si aspetta che la trama parta subito con un’esplosione di eventi e sia un crescendo di avventure e colpi di scena. Ma non è così. Anzi, subito dopo il prologo il ritmo si fa lento e costante, fino alla fine. Questo può essere un bene o un male: si ha di fronte un libro estremamente descrittivo e dettagliato, perciò è normale che sia piuttosto lento e, se l’intento dell’autore era quello di simulare l’ascolto di una storia (come si può immaginare dalle prime scene), ci è riuscito sicuramente.

Tuttavia, lo sviluppo della trama risulta piatto e sconclusionato: Kvothe inizia il suo racconto dall’infanzia, per poi elencare tutti gli eventi che lo hanno colpito in qualche modo fino all’adolescenza. Gliene succedono di tutti i colori: lutti, povertà, solitudine, sfide continue, prove, e così via. Incontra persone amiche e non, trova sostenitori e avversari, trova persone che vogliono ostacolarlo e altre che farebbero di tutto per lui. Non si può dire che il libro sia povero di eventi: piuttosto è povero di fatti.

Ambientato in un mondo fantastico (studiato alla perfezione, con: luoghi, etnie, usi e costumi, moneta, professioni e quant’altro), si svolge quasi interamente all’interno della scuola di magia che Kvothe frequenta, con tutte le difficoltà del caso. Inizialmente sembra che la missione del protagonista sia arrivare a frequentare la scuola, dopo si comprende che in realtà la scuola è solo un mezzo per raggiungere un altro scopo.

Trascorrono così gli anni di Kvothe dall’infanzia all’adolescenza: si può quindi definire un romanzo di formazione? Non proprio. Kvothe fa un percorso evolutivo, senza dubbio, ma principalmente incentrato sulle sue capacità magiche e simili, non tanto sulla sua crescita come individuo. Anzi: i “difetti” del suo carattere rimangono invariati dall’inizio alla fine e non c’è una trasformazione così radicale da poterla definire “formazione”.

Si arriva fino agli anni delle prime infatuazioni: Kvothe si innamora di una ragazza, si aiutano a vicenda e in qualche modo continuano il loro percorso insieme.

La ragazza viene presentata in modo simile alla “donna angelo” della Letteratura classica, anche se con caratteristiche diverse. Kvothe ha una totale ammirazione per lei ma, in alcune scene, sembra comunque sminuirla. In altre, sembra una gara a chi dei due riesce a rubare il palcoscenico all’altro.

 

La resa dell’atmosfera e delle ambientazioni è ben riuscita, soprattutto grazie alle descrizioni dei luoghi e delle emozioni del protagonista: unendo questo allo stile dell’autore, si ha realmente la sensazione di ascoltare qualcuno che racconti la propria vita.

C’è solo un problema: non c’è un messaggio, non c’è una missione compiuta, non c’è un’elevazione del personaggio ad un livello successivo. Kvothe migliora nelle arti magiche, ma non arriva ad un risultato. Cercava vendetta? La vendetta non si compie. L’epilogo – scritto in modo epico come il prologo – fornisce l’unica chiave di lettura possibile: Kvothe è invecchiato, è sopravvissuto a tutto e a tutti. Ma, fatta eccezione per questa interpretazione, il suo racconto non ha altro fine. Non dimostra nulla al lettore, non c’è un messaggio importante o un significato nascosto per cui dire “questo libro mi ha lasciato qualcosa”. Semplicemente c’è la vita di Kvothe che, come ognuno di noi, fa un percorso e arriva ad un punto di equilibrio.

In conclusione:

Si potrebbero sviscerare i vari aspetti di questo romanzo all’infinito ma credo di aver detto l’essenziale per chiunque voglia approcciarsi per la prima volta al libro, evitando di scendere eccessivamente nei dettagli e rivelare così troppe informazioni sulla trama.

A questo punto confesso le mie perplessità che, immagino, si saranno già dedotte da quanto detto finora. Il nome del vento è un grande libro, con un buon potenziale, una scrittura fluida e “studiata nel dettaglio”, dei personaggi (a loro modo) articolati, ma manca di sostanza.

Personalmente credo che ogni libro, indipendentemente dal genere, debba “lasciare un segno”. Anche il genere fantasy può farlo: ne Il signore degli anelli, per esempio, ogni singolo personaggio ha uno scopo o è una metafora per rappresentare qualcosa di reale. Inoltre la storia nel suo insieme ha un’evoluzione che porta ad un epilogo.

In quasto libro non accade, o meglio accade ma in modo molto più piatto, tanto da passare inosservato.

È da leggere perché è Il nome del vento, fine. Da amante del fantasy non ritengo di aver letto un pilastro di questo genere.

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Buona lettura!

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