Recensione – Il mio cammino di Santiago

Il mio cammino di Santiago Book Cover Il mio cammino di Santiago
Mara Spoldi
Poesia
90

Due componimenti poetici che descrivono l'esperienza personale dell'autrice nel suo viaggio verso Santiago de Compostela, in Spagna, nell'estate 2009 e 2010. Un pellegrinaggio intenso, ricco di emozioni e situazioni declamate in tono aulico. Un viaggio del corpo e dello spirito nel quale il lettore appassionato può immergersi, per accompagnare la poetessa fin sull'Alto del Perdòn e riscoprire, insieme a lei, la più intima verità.
Le strofe sono intervallate da fotografie scattate dall'autrice sui luoghi del Cammino, che aggiungono un valore emozionale al testo poetico.
Questa opera è tratta dal libro Timidi Zampilli, che vide la sua prima pubblicazione nel maggio 2013.

Il mio Cammino di Santiago

quasi 800 km
quasi 800 versi

due componimenti poetici sul pellegrinaggio verso Compostela

Oggi, 21 marzo – giornata Mondiale della Poesia, ho deciso di parlarvi di un libro che contiene due componimenti poetici, dell’autrice Mara Spoldi (di cui potete leggere anche la recensione di Timidi Zampilli).

 

Il libro

Si tratta di un libro relativamente breve (circa 90 pagine) ma che contiene al suo interno una grande quantità di emozioni.

Come detto in precedenza, nella recensione di Timidi Zampilli, l’autrice è estremamente sensibile e allo stesso modo lo sono i suoi versi. Ciò che può risultare inconsueto è il fatto di “leggere un viaggio” sotto forma di versi: solitamente si è abituati a diari di viaggio piuttosto che romanzi “on the road”, questo libro invece racconta un viaggio in versi.

Riporto la prefazione, che contiene alcune informazioni utili sul testo:

In questi ultimi tempi (oltre che in tutti i tempi), il
pellegrinaggio a Santiago di Compostela ha
assunto un carattere molto profanato dai mezzi di
comunicazione. Affrontano questo viaggio anche
coloro che sono miscredenti, per sport, avventure e
divertimenti.
Alcune iniziative mi hanno addirittura lasciato
perplesso. Invece, nel viaggio della Spoldi, io vi
troverò un fervore che può essere paragonato,
mutate le epoche e le circostanze, a quello di
Caterina Benincasa, passata alla storia come Santa
Caterina da Siena, eletta addirittura a “dottoressa”
della Chiesa.
Non so se il misticismo aiuti a produrre o no arte e
poesia, ma di artisti, pittori, musicisti, scultori che
hanno compiuto le loro opere anche in preda a un
certo loro rapimento o a una ricerca mistica, ce ne
sono molti.
A me sembra che la poesia di Mara Spoldi, altresì
nella tendenza del suo linguaggio verso certi
arcaismi, lei si giovi di molte risorse spirituali e di
ieratica immaginazione, di accesi sentimenti e di
ferventi rappresentazioni, per ottenere l’ardore
ascetico, l’illuminazione, le risorse dall’Alto che va
cercando con fede e speranza, e non le mancano
squarci lirici suggestivi.
Insomma, sono onestamente convinto di trovarmi,
al di là d’ogni altra considerazione d’altro genere,
davanti ad una artista autentica.
Teodoro Giuttari

 

La particolarità

Come premesso all’inizio della recensione, Il mio cammino di Santiago non racconta solo il viaggio con le sue tappe e la sua dinamica, racconta principalmente le emozioni di una persona che ha deciso di intraprendere questo cammino di quasi 800 km.

Riporto i primi versi per dare un’idea dello straordinario lavoro dell’autrice:

Parti.
La paura del sogno
si fa presto magia
e la mente dischiusa
accoglie delicata
i colori del silenzio.

Lo stile è semplice, il lessico comune, il ritmo costante: tutto dà importanza al contenuto.

 

In conclusione

Consiglio questo libro a tutti gli amanti della poesia, anche a chi volesse sperimentare qualcosa di “diverso”, forte e delicato allo stesso tempo.

Trovate sia l’ebook che il cartaceo su Amazon.

Buona lettura e… Grazie Mara per avermi dato la possibilità di leggerlo!

Recensione | Ikigai

Ikigai: Il metodo giapponese. Trovare il senso della vita per essere felici Book Cover Ikigai: Il metodo giapponese. Trovare il senso della vita per essere felici
Bettina Lemke
Saggio
Giunti
2017
Cartaceo, copertina flessibile
160

Dal Giappone un metodo per giungere alla conoscenza di sé, alla scoperta di ciò che dà senso e realizzazione alla propria quotidianità. Lo scopo? Trovare il proprio ikigai, la propria ragione di vita, e sentire finalmente di condurre un'esistenza piena, soddisfacente e degna di essere vissuta. Ikigai è una parola magica, così magica che non ne esiste una traduzione semplice nelle lingue occidentali. Possiamo definirlo "la ragione di esistere", "il motore della vita", o ancora meglio "ciò per cui vale la pena di alzarsi la mattina". Ognuno di noi possiede il proprio, anche se non tutti ne sono consapevoli: è la premessa fondamentale per vivere una vita sana, soddisfacente e, semplicemente, felice. Esempio ne sono gli abitanti dell'isola giapponese di Okinawa, dove il tasso di ultracentenari è tre volte superiore a quello delle quattro isole più grandi del paese: la loro consapevolezza riguardo al proprio ikigai, unita a uno stile di vita sano e rilassato, li rende una tra le popolazioni più longeve e felici del pianeta. Ispirandosi a loro e suggerendo esercizi pratici che guidano al riconoscimento dei valori e degli obiettivi veramente importanti per ciascuno nella vita, l'autrice ci insegna a riconoscere cosa ci trasmette energia, curiosità, positività, realizzazione personale, fiducia in noi stessi, progettualità. In altre parole, cosa ci serve per essere felici.

Recensione | Ikigai

Ikigai è un saggio suddiviso in due parti. La prima è descrittiva e viene spiegato il significato della parola e della filosofia che rappresenta. La seconda “interattiva”, in cui il lettore può cimentarsi in domande e risposte a sé stesso, in modo da riflettere su alcuni aspetti della propria vita.

Fondamentalmente il percorso verso l‘ikigai è quello che porta a conoscere sé stessi e, nello specifico, ciò a cui si è maggiormente portati. In questo modo si potrà stabilire un percorso da seguire che avrà lo scopo principale di garantire serenità in ogni ambito della propria vita.

L’ikigai racchiude quindi in una sola parola missione, vocazione, professione e passione.

Quattro aspetti che determinano l’esistenza di ognuno ma che spesso non vengono considerati per indifferenza o impossibilità. Ovviamente, nella vita di ognuno ci sono molti fattori che determinano ciò che una persona può o non può fare – non è sufficiente avere una passione per vederla realizzata all’istante.

Piuttosto, l’intento dell’Ikigai è quello di aiutare a “leggere” sé stessi, ed è proprio quello che il libro cerca di fare questo libro con le domande che vengono poste al lettore.

 

Il saggio

Come ho accennato all’inizio della recensione, la prima parte del libro è una spiegazione sul significato dell’Ikigai. Si tratta essenzialmente di un saggio breve suddiviso in più parti: dal significato della parola alle esperienze dell’autrice e di altre persone, fino al racconto dell’esistenza di alcune realtà in cui l’ikigai è una regola di vita, come l’isola di Okinawa per esempio.

Personalmente avrei preferito che la parte dedicata alla storia dell’Ikigai e del Giappone fosse più corposa rispetto a quella dedicata agli esercizi, ma tuttavia si è rivelata abbastanza interessante, soprattutto in alcuni punti.

 

Gli esercizi

Gli esercizi occupano la maggior parte del libro e, nella prima parte, servono al lettore per analizzare i propri gusti e passioni senza pensarci troppo. In seguito vengono poste delle domande che hanno lo scopo di aiutare il lettore a trovare la positività ogni giorno.

Infine, l’ultima parte, serve a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e trovare “la soluzione”, anche grazie ad un grafico a quattro sezioni: gli elementi che andranno a sovrapporsi tra le varie sezioni saranno quelli che determineranno missione, vocazione, professione e passione.

 

In conclusione

Nonostante conoscessi già il significato dell’Ikigai, questo è stato il primo libro letto a riguardo. Come ho già detto, avrei preferito se avesse dato maggiore importanza alla spiegazione che agli esercizi, ma tutto sommato ho apprezzato questo libro perché fornisce buoni spunti di riflessione e, soprattutto, alcune idee su come avere una visione più positiva della propria quotidianità.

Lo consiglio a chi cerca un momento di pace e serenità. Anche se alcune affermazioni possono sembrare scontate e banali, in realtà è impressionante come quotidianamente vengano accantonate per colpa di fretta, stress e quant’altro. Esempi lampanti sono dati dalla respirazione e dalla postura, che spesso sono scorrette proprio a causa dei motivi citati poco fa e che possono creare disturbi e malessere!

 

Bene, a questo punto vi auguro buon viaggio e buona lettura!

Recensione | Il sognatore

Il sognatore Book Cover Il sognatore
lainya
Laini Taylor
Fantasy
Fazi Editore
2018
Cartaceo, copertina flessibile
524

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente.certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un'esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell'oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo? I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un'ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l'opportunità di vivere un'avventura dalle premesse straordinarie.

Recensione | Il sognatore

Il sognatore è un fantasy dell’autrice americana Laini Taylor, famoso in tutto il mondo. Il successo del romanzo è, con ogni probabilità, dovuto all’originalità dei personaggi e dell’ambientazione.

Durante il secondo Sabba della Dodicesima Luna, nella città di Pianto, dal cielo cadde una ragazza.

 

Il libro

Come accennato poco fa, si tratta di un libro estremamente originale nella definizione di personaggi e ambientazioni: il lettore si trova proiettato in un mondo fantastico, con una storia, delle usanze, una gerarchia sociale, dei canoni di vita e, in generale, un passato millenario.

A volte un istante è talmente straordinario da ritagliarsi uno spazio tutto suo nel tempo e continuare a girare lì, mentre tutto il mondo gli scorre intorno.

Tutto ciò, però, non viene raccontato secondo il consueto ordine di narrazione – dal principio alla fine – ma, piuttosto, il lettore ha modo di conoscere il passato dei personaggi e dei loro mondi man mano che prosegue la lettura, attraverso pensieri, ricordi e dialoghi.

Si tratta di un libro dal ritmo medio, determinato dalla presenza di molti salti temporali, ricordi e sogni. L’ambientazione è molto caratteristica e soggettiva e l’atmosfera ricreata trasmette magia e suggestione: ogni ambientazione porta con se un’atmosfera diversa, che cambia anche in base alla percezione dei personaggi.

Abbiamo Dei e i loro figli, bibliotecari e soldati, nobili e gente comune. I protagonisti sono Lazlo, un bibliotecario di basso rango, e Sarai – figlia di una Dea confinata nella Fortezza insieme ad altri figli di Dei. Poi troviamo personaggi secondari che comunque sono molto importanti per lo svolgimento della storia perché ognuno di essi ha un ruolo fondamentale nel presente o lo ha avuto nel passato e, in questo caso, lo si scoprirà proseguendo col la lettura.

Era impossibile, ovviamente.
Ma da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Come detto in precedenza, il punto forte di questo libro è l’originalità – sia dell’ambientazione e sia dei personaggi – che, unita ad uno stile di scrittura molto semplice e discorsivo, rende la lettura scorrevole e molto piacevole.
Il finale è una svolta radicale al significato della storia ma anche una premessa per il libro successivo, conclusione della serie, intitolato La musa degli incubi.

Al suo interno il libro nasconde anche alcuni messaggi: per esempio per quanto riguarda la lotta tra i popoli, il potere e gli scontri tra culture diverse.

Inoltre, è molto interessante il fatto che la collocazione principale delle vicende siano i sogni: la mente è qualcosa di incredibilmente affascinante e complicato, a volte imprevedibile e contorto.
Viaggiare attraverso i sogni e i pensieri dei protagonisti è come vivere una storia all’interno della storia: ognuno di noi, infatti, vede e percepisce le cose in modo diverso benché si tratti delle stesse cose. Per esempio, Lazlo nutre una totale ammirazione nei confronti della città di Pianto, tanto da distorcere la realtà e renderla “incantata”; al contrario, per Sarai, Pianto è fonte di sofferenza e pertanto si stupisce della visione che ne ha Lazlo.

Ogni mente è il proprio mondo. La maggior parte abita un vasto compromesso di banalità, mentre altre spiccano: piacevoli, persino belle, o a volte sfuggenti e inspiegabilmente sgradevoli.

 

In conclusione

Credo sia un libro molto valido, un fantasy originale e coinvolgente. Personalmente avrei evitato un paio di passaggi un po’ infantili, considerando che si tratta di un fantasy per adulti ma, a parte questo, è un libro che mi è piaciuto molto e mi sento di consigliare! Nonostante la quantità di fantasy letti, ho trovato in questo qualcosa di originale (le descrizioni fisiche dei personaggi, i materiali scelti, i “poteri” di alcuni dei personaggi principali, ecc) e proprio per questo mi sento di consigliarlo …buona lettura!

Forse era il rituale: il circolo di donne che si riuniscono per festeggiare di essere vive –  e di essere donne, che è già una magia di per sé.

 

8 marzo – Donne oltre la tela

8 marzo – Donne oltre la tela

L’anno scorso, in occasione della Giornata internazionale della Donna, ho scritto un articolo che voleva essere una lode ad una donna che ho sempre ammirato ma anche una critica nei confronti di una società in cui è ancora profondamente radicato il maschilismo – tanto negli uomini quanto nelle donne.

Oggi voglio scrivere qualcosa di diverso e, in un certo senso, più positivo: un articolo sulle donne che hanno fatto la storia dell’arte, nonostante i periodi e le società in cui sono vissute.

8 marzo, 8 donne da ricordare.

 

Fede Galizia

Pittrice barocca, iniziò a lavorare all’età di 12 anni. Fra le sue opere ci sono ritratti e scene di soggetto religioso, ma è conosciuta soprattutto per i dipinti di nature morte.

Non solo fu una pittrice di talento, fu anche miniaturista e si dedicò per molto tempo all’arte dell’incisione.

Eseguì diversi ritratti, tra i quali quello dei suoi genitori, che però andarono perduti. Ogni suo dipinto è caratterizzato da una estrema attenzione per i dettagli, come per esempio gioielli e vestiti, ma anche luci e riflessi.
Nel 1596 firmò e datò Giuditta con la testa di Oloferne, dipinto in cui indugiò più nella cura di vesti e di gioielli, che nella esaltazione della drammaticità della scena. L’opera è comunque fondamentale per essere la prima documentata su questo soggetto da parte di una donna pittrice, seguita quindi da quelle eseguite da Lavinia Fontana e da Artemisia Gentileschi.
Morì di peste, a Milano, nel 1630.

 

Lavinia Fontana

Lavinia era figlia del pittore manierista Prospero Fontana, nella cui bottega poté attingere, accanto agli insegnamenti del padre, ad una vasta gamma di conoscenze in ambito artistico, dalla scuola  emiliana, veneta lombarda e toscana.

Lavinia Fontana acquistò ben presto fama come ritrattista, distinguendosi soprattutto per l’accuratezza dei particolari, come abbigliamento e acconciature, nelle figure femminili. Ma, a differenza di altri artisti, Lavinia non fu monocorde e nella sua opera si incontrano spesso anche soggetti mitologici, biblici e sacri. Con Fede Galizia, diventa una delle prime pittrici a ritrarre scene bibliche e in particolare personaggi femminili che ne fanno parte.

I successi maggiori le giunsero a Roma dove fu chiamata dal nuovo papa Gregorio XIII, e si trasferì stabilmente.
Grazie a tale posizione, Lavinia eseguì innumerevoli lavori per la nobiltà e il clero romano, tanto da essere soprannominata «la Pontificia Pittrice».

Durante la sua carriera di pittrice, Lavinia realizzò una considerevole quantità di ritratti di nobildonne, tant’è che l’abate Luigi Lanzi scrisse:

«divenne pittrice di Gregorio XIII; e più che da altri fu ambita dalle dame romane, le cui gale ritraea meglio che uomo del mondo».

Continuò, comunque, a prodursi in altri soggetti, come la Minerva in atto di abbigliarsi, in cui la dea vergine è sorpresa nuda nell’atto d’indossare il manto e guarda maliziosamente verso lo spettatore.

Nel 1613 si ritirò in un monastero, assieme al marito, e concluse la sua attività artistica.

Nonostante le undici gravidanze, la sua produzione fu corposa: oltre ai numerosissimi ritratti di nobildonne, diplomatici e personalità d’ogni sorta, Lavinia dipinse un centinaio di pale d’altare e realizzò diverse sculture di uomini in battaglia, in particolare con cavalli e altri tipi di bestiame.

 

Artemisia Gentileschi

Pittrice allieva di Caravaggio, nota per le sue opere in chiave femminista.

Sono, infatti, stati molti i critici ad aver fornito una lettura dell’opera della Gentileschi in chiave «femminista» essendo una donna che si fece strada grazie al suo talento in una società puramente maschilista. Nel Seicento, infatti, la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile, e la stessa Artemisia, in virtù del suo sesso, dovette fronteggiare un numero impressionante di ostacoli e impedimenti.

Essendo una donna, non aveva accesso al patrimonio artistico della sua città e dovette

Nonostante ciò, la Gentileschi diede brillantemente prova della sua indole fiera e risoluta e seppe far fruttare il proprio versatile talento, riscuotendo in breve tempo un successo immediato e di altissimo prestigio.

Questi «successi e riconoscimenti» osservano, infine, i critici Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro:

«proprio in quanto donna, le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio».

Ad aver giocato un ruolo tristemente importante nella vita e nell’arte della pittrice, è stato lo stupro subito da parte di Agostino Tassi: nelle sue opere, infatti, compaiono spesso eroine bibliche e personaggi mitologici femminili. Partendo da questi elementi, Artemisia diventa simbolo del desiderio di affermazione delle donne e della lotta alle ingiustizie perpetrate dagli uomini.

Le opere di Artemisia sono impregnate di emozioni forti, colori brillanti e un’estrema armonia di tutto ciò.

 

Mary Stevenson Cassatt

Mary Cassatt è stata una pittrice statunitense. Visse molto tempo in Francia dove diventò amica e allieva di Degas, esponendo poi le proprie opere insieme a quelle degli artisti del movimento impressionista. Realizzò molti dipinti che ritraggono la vita sociale e privata delle donne della sua epoca, ponendo una particolare attenzione all’intimo legame che si realizza tra le madri e i loro bambini.

The Boating Party 1893-94

Al suo ritorno negli Stati Uniti si trovò di fronte ad un mondo ostile all’arte, tanto più se l’artista era una donna. Anche il padre non era favorevole alla sua  vita da artista, tanto da finanziarle lo stretto indispensabile per sopravvivere ma non per dipingere. Riuscì ad esporre a New York ma non trovò acquirenti, sicché tornò in Europa, dove finalmente la sua carriera da artista prese un buon andamento.

Dopo diverse peripezie, abbandonò i soggetti che le erano stati familiari fino a quel momento per dedicarsi a soggetti “più alla moda” e facilmente vendibili. Il decennio che va dal 1890 al 1900 fu il momento più creativo della carriera di Mary. Diventò un punto di riferimento per i giovani artisti americani e rimase in contatto con i maggiori esponenti dell’Impressionismo, tra cui Renoir, Monet e Pissarro.

Se in Europa il suo successo fu indiscutibile, negli Stati Uniti faticò ad essere accettato, anche dalla sua stessa famiglia. Dopo la morte del fratello, le sue opere divennero più sentimentali e, pochi anni dopo questo evento, concluse la sua carriera rimanendo contraria alle nuove correnti artistiche che andavano formandosi. Non fu solo questa la ragione dell’interruzione della sua vita artistica: dopo un viaggio in Egitto, sembrava avesse ritrovato creatività e ispirazione ma fu colpita da diverse malattie e diventò quasi cieca. Lasciò comunque un patrimonio artistico di altissimo valore.

 

Berthe Morisot

Nacque nel 1841 a Bourges, in Francia, in un’agiata famiglia borghese. Quando aveva solo dieci anni si trasferì con la famiglia nei pressi di Parigi, in una cittadina all’epoca rinomata come centro artistico e culturale: qui poté accrescere il suo interesse per l’arte e la pittura.

Nonostante la famiglia avesse circondato la piccola Berthe di arte e cultura, per lei fu impossibile accedere all’Accademia delle Belle Arti, in quanto aperta soltanto ai maschi. Berthe non si lasciò scoraggiare e proseguì l’apprendimento privatamente, grazie a grandi maestri, come per esempio Eugène Delacroix. Ebbe poi modo di visitare il Louvre e studiare le tele di molti altri artisti.

Diventò così una delle interpreti più significative, fantasiose e vivaci del movimento impressionista. È importante notare inoltre come la Morisot, insieme a Mary Cassatt, sia stata una delle pochissime pittrici impressioniste. Ciò acquista ancora maggiore rilevanza in considerazione del fatto che le donne ricoprivano un ruolo subalterno nella società dell’epoca, tanto che la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile. Per emergere in un ambiente così fortemente ostile, dunque, le donne oltre a un indubbio talento artistico dovevano possedere anche una forte personalità. Berthe Morisot si segnalò brillantemente e, nonostante la società del tempo faticasse ad accettare l’emancipazione femminile, divenne in poco tempo una modello d’indipendenza, tenacia e di talento anche per i colleghi maschi.

I soggetti di Berthe furono molto vari, ma la sua espressione artistica risentì molto di pregiudizi e maldicenze, tant’è che finì per preferire situazioni private e domestiche, prediligendo figure femminili.

 

Elisabetta Sirani

Elisabetta Sirani (Bologna, 8 gennaio 1638 – Bologna, 28 agosto 1665) è stata una pittrice e incisore italiana, di stile barocco.

«Era tale la velocità e franchezza del suo pennello, ch’ella sembrava più leggiadramente scherzare che dipingere. “Io posso ben dire per verità,” dice il Malvasia, “essermi trovato presente più volte che venutole qualche commissione di quadro, presa ben tosto la matita, e giù postone speditamente in due segni su carta bianca il pensiero, (era questo il solito suo modo di disegnare da gran maestro appunto e da pochi praticato, e nemeno dal padre istesso) intinto piccolo pennello in acquarella d’inchiostro ne faceva apparire ben tosto la spiritosa invenzione, che si poteva dire senza segni dissegnata, ombrata, ed insieme lumeggiata tutto in un tempo.”»

(Mazzoni Toselli)
Elisabetta ebbe un ruolo particolarmente rilevante e insolito nella storia dell’arte In primo luogo per la sua tecnica: era solita abbozzare il disegno in modo molto sbrigativo per poi perfezionarlo ad acquerello. Questo metodo era praticamente sconosciuto fino ad allora. In secondo luogo fu determinante per la storia della pittura al femminile perché era solita dipingere in pubblico, nonostante questa attività fosse considerata disdicevole per le donne dell’epoca. Nel suo caso, però, il padre fu favorevole alla sua carriera e la appoggiò, a differenza di altri.

Si stima che la sua produzione artistica sia stata particolarmente corposa: circa duecento opere in appena dieci anni di lavoro. Elisabetta fece parte di un movimento unico e straordinario, quello noto con il nome di “scuola bolognese”. Bologna, infatti, fu un centro artistico molto importante per la pittura femminile perché qui poterono affermarsi ed esprimersi molte donne, anche grazie al supporto dei rispettivi padri. Tra queste troviamo: Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi e Marietta Robusti (figlia di Tintoretto).Va comunque ricordato che in realtà nella casa e studio dei Sirani operava una buona bottega di sole donne, tant’è che nelle opere della giovane pittrice è visibile una certa discontinuità, dovuta in alcuni dipinti proprio alla collaborazione delle allieve. Successivamente, con l’attenuarsi delle influenze dei suoi maestri, Elisabetta andò sviluppando progressivamente uno stile proprio e indipendente, più naturalistico e realistico, più vicino alla sensibilità del Guercino e della scuola veneta, in cui pare stabilirsi una sorta di dialogo emotivo fra l’artista e il soggetto delle sue opere.

 

Angelika Kauffmann

La Kauffman nacque nel 1741, in Svizzera e trascorse la propria infanzia in Austria. Il padre era un pittore di talento e la madre una donna molto colta: entrambi ebbero modo di trasmettere conoscenze e abilità alla figli in diversi ambiti. Angelika, però, si dedicò principalmente alla pittura, dedicandosi alla copia di stampe e gessi fino a raggiungere un ottimo livello artistico. Successivamente iniziò la sua carriera artistica, passando molto tempo in Italia, dove ebbe l’occasione di realizzare ritratti per nobiltà e clero. Infine, la madre morì e Angelika tornò con il padre in Germania, dove ricominciò a dipingere per la nobiltà tedesca.

Il padre, quindi, decise di riproporre un viaggio di formazione artistica in Italia. Fu proprio nel Bel Paese che Angelika ebbe modo di coltivare più intensamente le proprie doti pittoriche, attraverso lo studio delle opere del Correggio, di Guido Reni, dei Carracci, del Domenichino e del Guercino.

La pittrice mostrò sin da subito un insolito interesse verso la raffigurazione di soggetti storici: a tal scopo, si servì anche delle varie sculture e nudi che disponeva, grazie all’amicizia con il più celebre Batoni. Perfezionando il suo stile, l’artista sintetizza sapientemente il neoclassicismo con il classicismo seicentesco.

 

Tamara de Lempicka

Facendo un salto temporale di alcuni decenni arriviamo al 1900, con Tamara de Lempicka, figlia di una donna polacca e un uomo russo ebreo. A seguito della prematura scomparsa del padre, Tamara visse con la madre e i suoi due fratelli  e la nonna Clementine. Nel 1907 fece il suo primo viaggio in Italia per accompagnare la nonna ed ebbe l’occasione di visitare le città d’arte italiane. Successivamente, dopo essersi spostata in Francia, Tamara imparò alcuni rudimenti di pittura da un francese di Mentone.

La sua formazione scolastica, seguita dalla nonna Clementine, va posta tra una scuola di Losanna  in Svizzera e un prestigioso collegio polacco di Rydzyna. L’anno successivo, alla morte della nonna, si trasferì a San Pietroburgo in casa della zia. Qualche anno dopo si sposò.

Durante la rivoluzione russa del 1918, suo marito venne arrestato dai bolscevichi, ma venne liberato grazie agli sforzi e alle conoscenze della giovane moglie. Considerata la situazione politica in Russia, i Łempicka decisero di trasferirsi a Parigi, dove nacque la figlia Kizette nel 1920. Tamara iniziò a studiare pittura alla Académie de la Grande Chaumiere e alla Académie Ranson. Qui affinò il suo stile personale, fortemente influenzato delle istanze artistiche dell’Art Déco, ma al contempo assai originale. Nel 1922 espone al Salon d’Automne, la sua prima mostra in assoluto. In breve tempo divenne famosa come ritrattista col nome di Tamara de Lempicka. Nel 1928 divorziò dal marito.

Dopo aver viaggiato estesamente per l’Europa, all’inizio della seconda guerra mondiale si trasferì a Beverly Hills in California con il secondo marito, e infine si trasferì a New york per continuare al sua carriera artistica.

Dopo la morte del marito, Łempicka andò a vivere a Houston in Texas, dove sviluppò una nuova tecnica pittorica consistente nell’utilizzo della spatola al posto del pennello. Le sue nuove opere, vicine all’arte astratta, vennero accolte freddamente dalla critica, tanto che la pittrice giurò di non esporre più i suoi lavori in pubblico.

 

8 donne…

…nonostante il numero di donne da ricordare sia infinito, quest’anno ho scelto queste otto donne che, grazie alla loro forza di volontà e alla loro bravura, hanno realmente scritto la storia dell’arte.

Il mio augurio a tutte le donne è quello di non arrendersi, e sfruttare tutta la forza possibile per ottenere ciò a cui si tiene veramente.

 

Fonte: wikipedia

Recensione – Madame Bovary

Madame Bovary Book Cover Madame Bovary
Gusteve Flaubert
Romanzo, Classico
Crescere Edizioni
1856 (1^ edizione)
Cartaceo, copertina flessibile
351

Charles Bovary è un medico rimasto vedovo. Un giorno incontra Emma Rouault della quale si innamora. I due hanno caratteri diversi: onesto e serio lui, sognatrice e più attenta ai lussi della vita lei. Decidono di sposarsi e di lì a poco Emma partorisce il suo primogenito. Da qui inizia una crisi profonda per la donna che si sente inutile e che, ispirata dalle innumerevoli novelle romantiche che legge, inizia a cercare conforto tra le braccia di altri uomini, meno noiosi di suo marito. Quest'ultimo, intuendo la situazione, trasferisce la famiglia in un altro villaggio, ma le cose non cambiano perché Emma si invaghisce di Leon: una relazione che dura poco in quanto il ragazzo, per motivi di studio, si trasferisce a Parigi. Entra allora in scena il ricco Rodolphe che, dopo aver progettato la fuga con la sua amante, la abbandona la sera prima con una lettera. La donna, scioccata, si ammala, ma ritrova la forza qualche tempo dopo quando rivede Leon. Con il pretesto delle lezioni di pianoforte, ogni settimana incontra il ritrovato amante, spendendo nel frattempo grosse cifre nell'intento di colmare il proprio vuoto interiore. Avendo contratto grossi debiti, la gente del villaggio dove abita la famiglia Bovary si insospettisce, creando quindi turbamento in Emma. Dopo aver inutilmente provato a chiedere somme in prestito ai suoi precedenti amanti, la protagonista si suicida ingerendo dell'arsenico.

Recensione Madame Bovary

Madame Bovary di Flaubert è un classico noto ai più, perciò questo articolo sarà principalmente volto a far conoscere questo libro ai pochi che ancora non dovessero averlo letto e a dare un’opinione personale a riguardo.

La trama

Un ufficiale sanitario, Charles Bovary, dopo essere rimasto prematuramente vedovo sposa una donna di campagna, Emma Rouault,una donna che passa il tempo a fantasticare sulle sue possibili ricchezze e sulla sua crescita sociale. Charles è un uomo educato e premuroso ma monotono e questo finisce per annoiare Emma nel giro di poco tempo, trovandosi ad affrontare una vita matrimoniale nettamente diversa da quella che si era immaginata.

Poco alla volta Emma diventa indifferente al marito e a ogni suo tentativo di farla stare bene. Anzi, frequentando persone aristocratiche e ambienti di lusso. il suo rancore per la vita che non è riuscita ad ottenere non fa che aumentare. Charles decide quindi di trasferirsi con la moglie in un altro paese, per darle modo di “guarire” da questa condizione di indifferenza e insoddisfazione.

Una volta arrivata nel nuovo paese, Yonville, Emma si lascia corteggiare da un ragazzo molto più giovane di lei. Dopo un periodo di relazione con Emma, Léon è costretto a trasferirsi a Parigi, così i due si lasciano ed Emma inizia una nuova relazione con un ricco proprietario terriero di nome Rodolphe. Emma prepara una fuga con Rodolphe, che però rompe l’accordo a poche ore dalla partenza, non essendo disposto a trasferirsi per un capriccio di una delle sue amanti.

Questo avvenimento turba profondamente Emma, tanto da portarla ad ammalarsi gravemente e rifugiarsi nella religione e valutare di chiudersi in convento.

Anche questa soluzione, però, sembra stancare in fretta Emma, che torna alla sua vita abituale: una sera incontra Léon e da quel momento ricomincia la loro relazione clandestina. Emma incontra Léon ogni settimana e sperpera il denaro fino ad accumulare debiti esorbitanti.

Da questo momento inizia il declino vero e proprio, che porterà Emma ad un epilogo tragico e malinconico.

La cosa più tragica – non le sembra? – è dover trascinare, come faccio io, un’esistenza senza scopo. Se le nostre sofferenze potessero servire a qualcuno, ci si potrebbe consolare pensando all’utilità del sacrificio.

Personaggi

Emma 

Le borghesi ammiravano in lei il senso dell’economia, i clienti la cortesia, i poveri la carità. Ma Emma era piena di bramosia, di rabbia, di odio. Quell’abito dalle pieghe diritte nascondeva un cuore sconvolto e le labbra pudiche tacevano le tempeste.

Emma è la protagonista del romanzo: una donna eternamente insoddisfatta, che colpevolizza chi le sta intorno per il suo intento non riuscito di vivere nell’agio più totale. Paragona spesso sé stessa ai borghesi con cui ha modo di relazionarsi e si ritrova puntualmente mancante in qualcosa. Non è soddisfatta della sua vita, del suo matrimonio e di tutto ciò che ha, tanto da cercare conforto in relazioni dannose e inconcludenti. L’autore sembra associare la mentalità di Emma ai romanzi che legge, troppo romantici e poco verosimili.

Sicuramente Emma simboleggia un pensiero diffuso all’epoca: l’arricchimento ad ogni costo, l’agio prima di tutto. Flaubert associa, in realtà, ogni personaggio ad un aspetto della società in cui è vissuto.

Charles

Charles è un ufficiale della sanità, non propriamente un medico ma qualcosa di simile. Si tratta di un uomo estremamente ordinario e monotono, una persona fondamentalmente buona che, fino a quando non si trova davanti ai fatti compiuti, non si rende nemmeno conto di ciò che la moglie ha fatto alle sue spalle per tanto tempo. Se all’inizio Charles risulta realmente troppo monotono  e noioso, verso la fine si rivela l’unico personaggio “positivo” di tutta la vicenda.

Léon e Rodolphe

Léon è il primo ragazzo con cui Emma intraprende una relazione al di fuori del matrimonio: più giovane di lei, è un brillante studente e ha una personalità abbastanza frizzante, soprattutto se paragonata a quella di  Charles. Per questo motivo, inizialmente, sembra la persona perfetta per Emma ma, dopo l’idillio iniziale, tutto svanisce ai primi contrasti.

Rodolphe è il classico dongiovanni, seconda relazione di Emma, le dà speranza su una possibile storia e una fuga insieme. Nonostante l’insistenza di Emma, però, rivaluta la sua posizione e si ritira prima della partenza. Questa è l’ennesima fonte di insoddisfazione per Emma, quella che la porterà direttamente al suicidio.

 

Il libro

Madame Bovary è chiaramente un libro che contiene una forte critica nei confronti della società francese: l’autore, come detto in precedenza, sfrutta ogni personaggio per veicolare un “modello”.

Lo stile dell’autore è certamente l’elemento che colpisce di più durante tutta la lettura: elegante, fluido, impeccabile. Il ritmo è medio, talvolta lento a causa delle lunghe descrizioni in cui si cimenta Flaubert (che, però, non risultano mai noiose o eccessive).

Ciò che, a mio parere, rende ostico il libro è proprio ciò che i personaggi trasmettono: Emma è odiosa, si rende insopportabile a causa della sue perenne insoddisfazione e indecisione.

Detto ciò, è un classico senza tempo, uno di quei libri da leggere assolutamente per soddisfazione e crescita personale, soprattutto per lo stile dell’autore che è veramente da ammirare.

In conclusione

Consiglio questo libro, come detto poco fa, perché fa parte dell’insieme di libri da leggere per conoscenza della letteratura (nonché della storia e della società). Inoltre, Emma spinge a riflettere su quanto effettivamente sia cambiata la società negli ultimi 300 anni.

Recensione – Raccontami la notte in cui sono nato

Raccontami la notte in cui sono nato Book Cover Raccontami la notte in cui sono nato
Universale Economica
Paolo di Paolo
Narrativa contemporanea
Feltrinelli
2014
Cartaceo, copertina flessibile
109

Si può vendere la propria esistenza, con tutto quel che c'è dentro? Quando scopre la storia di un ventenne australiano che mette in vendita la sua vita su eBay per seimila dollari, Lucien decide di fare altrettanto. Sente che le sue giornate gli vanno strette e prova perciò a liberarsene. Le offre a Filippo, incontrato per caso: raduna fotografie e ricordi, segnala abitudini, presenta nemici e amici, compresa la Signorina F., che ancora gli ronza in testa. Lucien se ne va, portando con sé solo un quaderno dalla copertina nera. Filippo comincia a vivere la vita dell'altro, a farla sua, con disinvoltura e imprudenza, fino al punto di innamorarsi della Signorina F. Le cose si complicano, Lucien e Filippo vengono travolti dalle conseguenze del loro stesso azzardo. Il vecchio "proprietario" della vita in vendita, da lontano, si accorge di non avere dato il prezzo a troppe cose: a certe mattine di domenica, a una neve arrivata all'improvviso, a una storia d'amore che non è stata. Alla donna che lo ha messo al mondo, a cui non ha mai potuto chiedere della notte in cui è nato. Una storia sulla forza oscura delle radici, sul patto profondo che ci lega a noi stessi.

Recensione – Raccontami la notte in cui sono nato

Questo libro racconta la storia di due ragazzi che, per motivi diversi, decidono di scambiarsi le vite. Tutto: casa, lavoro, ecc.

Poco per volta imparano a conoscere una vita che non gli appartiene e, dopo riflessioni su vari aspetti di sé e dell’altro, arrivano a comprendere che, per quanto l’insoddisfazione e l’incompletezza possano essere marcate, alla fine ci sono cose che non possono essere scambiate, né comprate, né vissute al posto di altri: per esempio, la notte in cui si nasce.

Il libro

Raccontami la notte in cui sono nato è un libro moderno, che parla di adolescenti attuali e, in un certo senso, universali. Colpiti da incertezza e insoddisfazione e, in alcuni casi, da solitudine. Tant’è che arrivano a volersi sostituire ad altri piuttosto che continuare con la propria vita.

Si legge velocemente, lo stile dell’autore è semplice e diretto. Non ci sono eccessi, né nelle descrizioni né nei dialoghi o altro, ciò che viene sottolineato maggiormente è il cambiamento di pensiero.

Il ritmo di lettura è medio: non ci sono momenti eccessivamente lenti o veloci, lo si legge in modo fluido e costante.

La storia dei protagonisti, i due principali, viene raccontata quasi esclusivamente attraverso il loro pensiero e i flash-back che li portano a viaggiare nel passato, fino appunto al momento della nascita.

In conclusione

Credo sia un libro carino e piacevole, che in qualche modo spinge a riflettere su una costante del mondo attuale: l’insoddisfazione, non sentirsi mai al posto giusto e nel momento giusto.

Questa è una condizione che affligge molti adolescenti che, nel tentativo di imitare altre persone o nella ricerca dell’apparenza maniacale, perdono di vista chi sono e ciò che conta realmente, fino al punto di voler vendere la propria vita online su eBay. La cosa sconcertante è che queste cose succedono davvero.

Questo è il motivo per cui lo consiglio.

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Recensione – Vivere!

Vivere! Book Cover Vivere!
Universale Economica
Yu Hua
Narrativa contemporanea
Feltrinelli
2012
Cartaceo, Copertina flessibile
191

Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il narratore si è recato nelle campagne a raccogliere ballate popolari e ha avuto modo di conoscere diverse persone, fra cui un anziano contadino che arava la terra con il suo bufalo. Si chiamava Fugui ed era ben disposto ad aprire il suo cuore, a raccontare la propria storia e a spiegare come mai il bufalo aveva tanti nomi. Figlio di un ricco proprietario terriero, era considerato la pecora nera della famiglia Xu perchè in una notte giocando d'azzardo aveva perduto tutto il patrimonio familiare. Da quel momento inizia la rovina della sua casa e Fugui deve intraprendere una nuova vita, fatta di fatica nei campi, miseria e umiliazioni, per risollevarsi. Ma nell'affrontare il duro destino potrà sempre trarre la forza necessaria dall'affezionata moglie Jiazhen, dalla brava figlia Fengxia, dal piccolo Youqing... E passando attraverso la povertà, la fame, la fatica, la guerra, la carestia e la serie di lutti dei suoi cari giungerà a capire l'essenza delle cose e l'autenticità degli affetti, approdando a una superiore consapevolezza, ironica e pietosa assieme, della gioia di vivere, nonostante tutto.

Recensione Vivere!

La storia

Vivere! è un libro che parla, come si può immaginare, di vite: quella del narratore, prima di tutto, e poi della sua famiglia, dei suoi conoscenti e delle persone che incontra e che lasciano in lui un segno.

Inizia il racconto dalla gioventù: un ragazzo sfacciato e noncurante del futuro e delle aspettative che la famiglia ha in lui; un ragazzo che pensa solo a divertirsi e a spendere, al gioco d’azzardo e alle prostitute, fino a sperperare l’intero patrimonio della famiglia. Poi, ha la fortuna di trovare una  moglie devota a cui però, non porta rispetto: la tradisce, la umilia. Questa fase un po’ alla volta passa, lui si ritrova ad essere padre di due figli (la primogenita nasce cieca): solo allora capisce di doversi dare da fare per mantenerli e aiutare la moglie che, nonostante tutto, ha sempre fatto il possibile per mandare avanti la famiglia.

Comunque, quando si cade così in basso, non ha senso preoccuparsi tanto, per me vale quell’antico detto: la povertà soffoca ogni ambizione.

La figlia cresce, con tutte le difficoltà dovute alla sua cecità. Trova un brav’uomo e si sposa. La famiglia intera passa un periodo felice, fino all’arrivo del primo nipotino del narratore.

La felicità, però, è compromessa da nuovi eventi spiacevoli: la moglie si ammala e, poco alla volta, il narratore rimane nuovamente solo come all’inizio della storia ma con alcune differenze: un nipotino da crescere e diversi anni sulle spalle.

Durante tutto questo percorso c’è un personaggio che viene menzionato spesso perché ha avuto un ruolo importante nella vita e nell’evoluzione del narratore: un anziano incontrato per caso tra i campi di riso durante uno dei suoi viaggi senza meta. Lui e la sua esperienza sono la chiave di tutto.

Saper vivere vuol dire non dimenticare mai queste quattro regole: non dire mai parole sbagliate, non dormire nel letto sbagliato, non varcare la soglia sbagliata e non infilare la mano nella tasca sbagliata.

Il libro

Vivere! è un libro molto triste ma che tenta in tutti i modi di trasmettere un messaggio positivo: trovare il bello nonostante tutto.

Ed è proprio quello che cerca di fare il protagonista, dopo una gioventù sprecata e un’età adulta segnata dai lutti, non gli resta che dedicarsi con tutto sé stesso a ciò che gli è rimasto.

Si tratta di un libro breve ma ben scritto. Lo stile dell’autore è semplice, così come il lessico. L’ambientazione è formata dal paese d’origine del narratore e la città vicina, dove si trasferirà la figlia. L’atmosfera è molto particolare, sembra quasi “familiare”. Tutto viene descritto in modo da dare al lettore la sensazione di “vedere” ciò che viene narrato.

Un aspetto molto interessante è notare le differenze dovute alla cultura diversa: per esempio su ciò che è importante per la famiglia, sulle apparenze, il comportamento nei confronti della moglie, ecc. E, in tutto ciò, notare il pensiero dei protagonisti: spesso giudichiamo in base a ciò che siamo abituati a vedere o a ciò che ci è stato insegnato ma in altre culture è tutto completamente diverso.

 

In conclusione

Vivere! è un libro che, nonostante sia pieno di momenti tristi, lascia un bel ricordo.

Lo consiglio a tutti gli amanti della cultura orientale, ovviamente, ma anche a chi fosse interessato ad una lettura “diversa”.

 

 

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